Domenica 01 Aprile 2012

Il giallo di Roberta
e le nostre fantasie

Quello di Roberta Ragusa sembra il giallo perfetto. Di lei, scomparsa da più di due mesi, sappiamo che era una bella donna, che aveva due figli cui era molto legata, e un marito distratto da altri interessi.
"Era" significa parlarne al passato, lasciarsi andare alle ipotesi più drammatiche, ma insieme le più probabili: un'aggressione mortale, con un corpo occultato, oppure un gesto estremo, magari compiuto in un luogo isolato; difficile pensare a un incidente, non perché non ne accadano, ma perché in questi casi è improbabile non trovar più traccia della persona.
E come in ogni giallo, ognuno è portato a proiettarci le proprie fantasie, la conoscenza di altre storie simili, le convinzioni fondate su una mitologia rassicurante, (...) quelle che "una madre non abbandonerebbe mai i propri figli"; affermazione tanto categorica quanto contraddetta da tanti casi reali. Ci sono donne, più spesso uomini, che hanno lasciato tutto e sono scomparse nel nulla, alla ricerca di una nuova vita. Il fatto è che non è semplice sparire come è successo a Roberta, senza abiti e senza soldi. Per farlo occorre pianificare ogni dettaglio, preparare una fuga per mesi e mesi, preoccuparsi di avere risorse sufficienti per sopravvivere: tutte  cose che lasciano indizi.
Non credo all'ipotesi dell'allontanamento dovuto a un'amnesia, a uno stato di sconvolgimento emotivo che abbia fatto perdere alla donna consapevolezza di sé. Un trauma fisico, ma anche psicologico, può in rari casi produrre una totale confusione. Ma una bella signora che cammini brancolando per le strade non si mimetizza, viene subito notata e accompagnata al più vicino ospedale.
Restando sul tema "avvistamenti", nulla c'è di più importante e insieme di scoraggiante delle testimonianze oculari: anche se non arrivano da mitomani, il desiderio inconscio d'essere d'aiuto falsifica la memoria, consegna certezze presto smontate dai riscontri. Nondimeno vanno tutte accolte e vagliate.
Ma allora, cosa è successo a Roberta: ci basassimo soltanto sulle statistiche, sui precedenti criminologici, dovremmo dire che la cosa più probabile è che non ci sia più, aggredita da qualcuno che ben conosceva. Meno sicura l'evenienza che si sia tolta la vita, e poco importa se intorno a lei nessuno si era accorto di un disagio tanto profondo da spingerla a un gesto estremo: spesso chi è determinato non dà segnali manifesti. Oppure, quella sera, Roberta è scesa per incontrare qualcuno. Ed è con qualcuno che è sparita per sempre.Ma è difficile. Molto difficile.
In ogni caso, la vicenda di Roberta Ragusa propone due spunti di riflessione: il primo riguarda il problema della violenza in famiglia, sulle donne in particolare, in analogia ai casi di Melania Rea, di Lucia Manca, la cinquantaduenne bancaria di Marcon, in provincia di Venezia, per la cui morte è indagato il marito Renzo Dekleva.
Il secondo tema è quello degli scomparsi. Non c'è dubbio che per decenni lo Stato non si sia occupato dei cosiddetti "missing", delegando paradossalmente le indagini a trasmissioni televisive di impegno e associazioni no-profit. Da qualche anno il ministero dell'Interno ha finalmente voluto una figura istituzionale, quella di Commissario per gli scomparsi, affidandola a un Prefetto di Polizia.
E alcuni giorni fa, proprio il Commissario, Michele Penta, ha presentato i dati semestrali sul tema: la cattiva notizia è che la scomparsa pare un fenomeno in aumento; quella confortante, è che sono sempre più i casi che si concludono positivamente, con l'identificazione e il ritorno a casa di chi si era perduto.
Complessivamente, al 31 dicembre 2011, le persone di cui è stata denunciata la scomparsa dal 1974 sono state 110.107, di cui 85.195 sono state ritrovate. Nel 2011 gli scomparsi sono stati 9.707 (+9,67% rispetto al 2010), i ritrovati 8,971 (+11,77%), quelli ancora da rintracciare 736 (+3%).
Già a una prima lettura, colpisce il dato che una percentuale contenuta dei "missing" si trasforma in una ricerca senza successo. Il secondo elemento è che le statistiche presentate valgono poco, se non vengono differenziate per età, sesso, condizione sociale ed economica, razza ed etnia, presenza di concomitanti patologie. È ovvio che non si possono studiare protocolli di indagine che accomunino soggetti con Alzheimer, mogli infelici, e minorenni.
E sempre a proposito dei più giovani, esistono parecchie categorie di bambini scomparsi. La maggior parte dei casi segnalati riguarda allontanamenti volontari, o bimbi sottratti dal genitore che non ne ha la custodia, eventi questi in qualche modo prevedibili. Solo un numero ristretto di minori, sono rapiti da soggetti che non sono in rapporto di parentela con le vittime.
Ciascuna di queste tipologie impegna a un lavoro d'investigazione totalmente diverso. Ma le strategie d'indagine nel caso dei minori scomparsi, non esauriscono il problema. Occorre studiare modelli di sostegno alle famiglie durante il periodo di scomparsa. La sparizione di un bambino rappresenta una situazione unica, che impone un pedaggio emozionale a tutti coloro che sono coinvolti, ma soprattutto ai genitori e a chi ha in cura il minore. È necessario allora preparare la famiglia ad una conclusione, che si tratti di ricovero, riunificazione, lesioni o morte. E da ultimo, ma forse è l'aspetto più importante, bisogna saper riconoscere gli indicatori di rischio per l'elaborazione di strategie preventive.
Un compito che deve prevedere la collaborazione di più figure specialistiche, pediatri, neuropsichiatri infantili e psichiatri, operatori dei servizi sociali per studiare la possibilità di un intervento preventivo ed elaborare una serie di raccomandazioni utili ai bambini e alle loro famiglie, senza allarmismi inutili.
Massimo Picozzi

Massimo Picozzi

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