Martedì 01 Maggio 2012

Lo stato nemico
della gente perbene

Fino al giorno prima è beata ignoranza. Non vieni considerato, nonostante un piccolo dettaglio: hai sempre pagato tasse con diligente automatismo. All'improvviso uno sconosciuto - che pur un nome ce l'ha, Stato - compare con un fatidico annuncio: decide che hai cercato di fare il furbo. Di più, afferma che dimostrare il contrario è affar tuo e sta già chiudendo la porta, mentre tu cerchi di spiegare.
Non è un incubo, o una scena da film tipo "L'onere della prova", ma l'odissea in cui si è trovato immerso un ingegnere comasco. Alla sua compagna l'Agenzia delle Entrate ha chiesto 80 mila euro (ridimensionate in seguito a 23 mila) perché risulta titolare di una casa, pur essendo un'insegnante precaria. A un tentativo di chiarimento, la risposta è stata che all'appello mancava un modulo.
Non è finita: è appena cominciata. Un foglio di carta, che non sarebbe stato compilato. Un pezzo di carta, ovvero il protagonista per eccellenza nel cinema horror della burocrazia italiana: manca, è di troppo o non è completato nella maniera corretta, anche se si sono interpellate la famiglia intera, la Treccani e la moderna enciclopedia di nome rete. Un foglio miracoloso, perché ne arriva uno, poi un altro: si moltiplicano come cesti di pani e pesci avvelenati.
L'ingegnere in questione lavora per un'azienda ticinese e ora dovrà anche imbarcarsi nella produzione di altri documenti per offrire ulteriori dimostrazioni sulla sua correttezza di frontaliere. Tempo, soldi e salute che se ne vanno. Ma quanti vivono situazioni ugualmente paradossali? Quando uno di noi riceve a casa una lettera delle Agenzie delle Entrate, avverte un brivido preventivo. Se non c'è da rimborsare qualcosa, se non trova infilata una grana in quella busta, è roba da convocare subito una festa in grande: a patto che poi non lo scopra il fisco e non si chieda come se la sia potuta permettere.
Dietro la vicenda assurda, e purtroppo per niente straordinaria, dell'ingegnere c'è un rapporto che non sta più in piedi. Un clima di collaborazione, tra cittadino e Stato, che già non navigava in placide acque, ma ora sta rischiando di andare a sbattere contro uno scoglio più che segnalato sulle mappe: la crisi economica. Certo, tutti stanno gridando «Si salvi chi può», ma c'è anche chi per stare a galla si appoggia in maniera pericolosa sul naufrago aggrappato a una mezza zattera fino ad affogarlo, senza fare caso tra l'altro allo yacht che sfreccia vicino.
Così appare lo Stato oggi. Sta sempre più chiedendo, anzi esigendo, ma quando deve mettere mano al proprio portafoglio - ad esempio pagando ciò che deve alle imprese - piagnucola che non è in grado. Né esiste qualcuno che lo costringa a farlo.
Lo Stato, che non ha nessuno sopra di sé e che tutto può, anche se abbiamo appena celebrato l'ennesimo 25 Aprile inneggiando alla democrazia. Ma tanti si sentono tutto tranne che liberi, e ancora troppo flebili sono i segnali dalle istituzioni per salvare questo rapporto sfilacciato.
La realtà è che oggi per vivere non devi solo trasformarti in una specie di giocoliere, costretto a destreggiarti tra lavoro con il contagocce, tasse in crescendo e famiglia da mantenere. Devi anche sperare che un tizio dal volto noto - e che si ostina a fingere di non conoscerti quando serve - all'improvviso non ti lanci in aria un foglio. Se tu tendi la mano ad afferrarlo, per civiltà, tutto l'equilibrio va a farsi benedire: per chissà quanti anni quel pezzo di carta sarà padrone del tuo destino. Soprattutto se sei una persona perbene.
Marilena Lualdi

Marilena Lualdi

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