Venerdì 01 Giugno 2012

La cultura i musei
e le grandi mostre

Le grandi mostre sono state una bella avventura. Al loro "papà", l'ormai ex golden boy della politica comasca Sergio Gaddi, chi scrive ha sempre riconosciuto rare doti di intraprendenza, di impegno e determinazione, tre qualità di cui la nostra classe dirigente manca congenitamente e pervicacemente da sempre.
A Como Gaddi ha saputo applicare metodi degni di Cupertino. Ha lavorato, che non è poco, e lo ha fatto - nell'era della lottizzazione più spinta - offrendo chances a tanti, se non a tutti. Ha coinvolto saltimbanchi, gioppini da circo, architetti, sarti, piadinari, artificieri (nel senso pirotecnico), ballerine e albergatori, senza mai guardare a tessere di partito, curricula e orientamento politico (che peraltro, con la brezzolina gauche caviar che tira negli ambienti dell'arte nostrana, Berlusconiano convinto qual è, le mostre se le sarebbe fatte da solo).
Non solo: Gaddi, al quale anche il suo successore riconosce di avere fatto bene, ha portato turisti, visitatori, ha fatto lavorare bar e ristoranti, ha acceso i riflettori su un angolo del pianeta decisamente in crisi, massacrato da paratie e aree dismesse e da tutto quel noiosissimo novero di inghippi proverbiali che conosciamo bene.
Insomma, il lettore chiuda per un attimo gli occhi e risponda: cosa rimane di questi dieci anni di amministrazione del centrodestra? La risposta è una: le grandi mostre.
In un paese condannato a cercare se stesso per sempre, ridotto sul lastrico da una crisi di cui non si intravede epilogo, il Gaddi pensiero coincide con una opinione mai abbastanza diffusa. E cioè che il Belpaese, sulla cultura e sul suo splendore, dovrebbe dirottare gran parte delle proprie risorse. Cultura, e turismo, sono l'unica vera alternativa per tornare a crescere. Eppure, l'Italia intera insiste imperterrita negli stessi errori. Pompei va a tocchi nel disinteresse generale, le nostre coste si consumano sotto il peso del cemento, Venezia muore di un turismo ottuso, sommersa dalle onde delle grandi navi che erodono le sue fondamenta.
La cultura può essere il nuovo motore della nostra economia: è l'unica forma plausibile di rilancio di una nazione il cui marchio fa da sempre cassetta, dalla Nuova Zelanda alla Lituania. Ecco perché al professor Cavadini, l'uomo al quale la cultura comasca si affida per essere rilanciata nell'era del risveglio luciniano, oggi qui rivolgiamo una preghiera: non abbandoni Villa Olmo, non abbandoni i progetti che in questo spazio ritagliato tra il cielo e il lago hanno trovato la loro collocazione più naturale, non lasci che questo bel capitolo della recente storia amministrativa sia risucchiato in bilanci che, lo sappiamo bene, non consentiranno sprechi.
Ci sono tanti giovani artisti comaschi che meriterebbero una vetrina, e semmai questa amministrazione avrà qualche chance da offrire loro sarà soltanto un bene. Ma i grandi nomi fanno cassetta, e con la cassetta si vive. In questi tempi di crisi è bene non dimenticarlo.
Stefano Ferrari

Stefano Ferrari

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