Lunedì 20 Agosto 2012

Se lavori
a 80 anni
l'azienda
ci guadagna

Lavorare fino ad ottant'anni? È la proposta che viene dalla Germania per bocca del settantaduenne Wolfgang Clement, ex ministro dell'Economia e del lavoro del governo Schröder. L'intento è chiaro: eliminare l'obbligatorietà del pensionamento di anzianità e offrire a chi ne ha l'intenzione la possibilità di continuare il proprio lavoro. È un'opportunità, non un obbligo. A chi vuole e può, per condizioni di salute e per capacità operativa, è offerta una finestra. In tal senso occorre che le due parti siano d'accordo, e cioè che il datore di lavoro intenda proseguire il rapporto di collaborazione con il dipendente e che il soggetto in questione sia interessato. Gli anziani tra i 65 e gli 80 anni non si tirano indietro. Uno su tre, statistiche alla mano, è pronto al rientro.
Il dibattito è aperto anche perché esistono già precedenti in materia. La Bmw nello stabilimento di Dingolfing ha affiancato alla manodopera giovane gli anziani che sono andati in pensione per legge e che vengono riassunti con contratti particolari. Questo perché al momento la normativa rende obbligatorio il pensionamento per limiti di età. Ma l'intenzione dell'azienda è di rendere possibile la continuazione del lavoro senza soluzioni di continuità.
Le condizioni alla catena di montaggio sono agevolate per chi ha sulle spalle decenni e decenni di attività lavorativa. Non deve sottostare ai ritmi incalzanti dei colleghi più giovani, a sua disposizione vengono allestite speciali sale di relax, l'ambiente di lavoro è reso più conveniente alle esigenze dell'età, perché per l'azienda è strategico. E il motivo è economico: troppi i soldi da investire nella formazione e aggiornamento del personale con risultati a volte scarsi in ragione di errori che nessuna preparazione teorica può dare se non l'esperienza.
Così ci si affida alle vecchie leve, che ancor prima delle nozioni tecniche sanno inculcare il principio vincente della moderna industria manifatturiera: l'attaccamento al posto di lavoro, lo spirito di corpo aziendale, l'orgoglio di appartenere ad un team vincente. In breve: i vecchi sono la storia aziendale che si materializza sul posto di lavoro e crea continuità con i giovani affinché del patrimonio immateriale dell'azienda non vada perso nulla. Il lavoro diventa sempre più tecnologia, la formazione è determinante ai fini dei risultati produttivi, ma guai perdere di vista la componente umana. Senza l'impegno personale del lavoratore e il suo coinvolgimento emotivo non si aggiunge valore.
Questa è la lezione che viene dall'apertura dei mercati alla concorrenza dei cinque continenti. Se l'industria tedesca è al vertice dell'export mondiale è dovuto al fatto che tra capitale e lavoro non vi è contrapposizione ma cogestione, cioè condivisione di obiettivi. Il successo del prodotto garantisce in contemporanea l'azienda e in prospettiva le condizioni di vita dei lavoratori. La crisi insegna che solo il superamento degli antagonismi permette anche a Paesi vecchi di tener il passo con quelli emergenti. Il Duemila si differenzia dal Novecento proprio per questo: fine della contrapposizione ideologica capitale-lavoro e fine del conflitto generazionale.
Il primo tassello di una politica di riconciliazione con i giovani viene da un allungamento della vita lavorativa degli anziani. Solo così si può garantire alle nuove leve un futuro con dignitose pensioni e, si badi bene, senza togliere posti di lavoro ai giovani. Perché il futuro lavorativo è sempre più centrato sulle cosiddette «io aziende», quelle che partono da zero e offrono servizi che i grandi non sanno più garantire .
Ma per questo c'è bisogno di gente preparata e supportata dall'esperienza. Così l'unica vera politica del mercato del lavoro si sintetizza in quattro parole: formazione professionale dei giovani e valorizzazione degli anziani.
Alberto Krali

Alberto Krali

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