Giovedì 23 Agosto 2012

Il finto
malato
e il vero
contagio

  La differenza tra noi e la Germania si vede anche dalle piccole cose (o grandi, a seconda dei punti di vista). È inutile domandarsi di continuo come sia possibile che questa crisi apocalittica, dalle parti di Berlino, si percepisca a stento.
La risposta è di una macroscopica banalità, e chi proprio desidera sentirla può trarre qualche spunto dalla lettera che un noto imprenditore comasco ha fatto recapitare al giornale in questi giorni (ne parliamo a pagina 13). C'è un ragazzo per il quale due settimane di ferie sono poche. È un apprendista, uno alle prime armi uno di quelli che dovrebbero sputare sangue e sudare come un minatore del Sulcis (o anche più semplicemente come un qualunque Ghunter a Monaco di Baviera), per imparare un mestiere, crescere, regalare un futuro a se stesso ma anche a tutti noi che, sciaguratamente, apparteniamo sempre alla sua stessa ecumene.
Beh, a questo ragazzo non piaceva l'idea di starsene in vacanza solo un paio di settimane, così, dopo essersi sentito dire che tre sarebbero state troppe (lavora in un'azienda in cui, a quanto pare, c'è bisogno di lui, e di questi tempi è una rarità), è andato dal suo medico e si è fatto certificare un po' di malattia, con il risultato che a casa ci è rimasto un mese. È una storia spiacevole, che dice molto più di quello che racconta. Perché non c'è soltanto l'apprendista, che in ogni caso descrive alla perfezione la nostra poco teutonica disponibilità al sacrificio, ma c'è anche, da parte di chi quel certificato l'ha firmato, la stessa superficialità, lo stesso menefreghismo, lo stesso disinteresse tutto italiota che negli ultimi trent'anni ha contribuito a trascinarci nel baratro.
Egoismo, disprezzo del bene comune, superficialità. Non per menare gramo, ma in certi casi viene da augurarsi che la crisi, una crisi vera, come quella del '29, arrivi davvero, e ci riduca tutti sul lastrico per bene, senza indennizzi, senza paracadute, senza welfare e senza ammortizzatori sociali. Forse, nonostante gli sforzi del governo attuale, smetteremo di essere il paese accomodante (e servile) che nonostante tutto continuiamo ad essere, e chissà che magari non riusciremmo anche a trasformarci in una nazione più povera ma più seria.
Il tempo per scherzare, per accomodare certificati, per aggirare, per sfottere i colleghi via Facebook (pare che il nostro si sia fatto anche beffe del suo datore di lavoro tramite il popolare social network) è finito da un pezzo. Possiamo così andare dietro al governo, applaudirlo se dà la caccia agli evasori (che poi, in realtà, di applausi se ne sono sentiti pochini). Se non impareremo ad accettare le regole senza deroghe il nostro destino resterà segnato. Monti e il suo governo non dureranno a lungo. Prima o poi torneremo a votare, e finiremo per votare sempre quelli, destra o sinistra, comunque prigionieri dei soliti fantasmi, delle solite convenienze e dei soliti compromessi. Ci salveranno le regole, chiare, precise, univoche e indiscutibili. Un po' come succede in Germania. Dove si lavora seriamente, dove ognuno si sente responsabile fino all'ultimo di quello che fa, poco o tanto che sia, dove, soprattutto, si rispettano le regole, anche nei casi (peraltro rari) in cui siano sbagliate. La crisi, in Italia, arriva soprattutto da qui. Qualunque buon economista che bazzichi un po' il cosiddetto capitalismo sa che, prima o poi, le difficoltà finiranno. Ma fintanto che continueremo a nutrire apprendisti furbetti e bamboccioni, magari firmando loro qualunque certificato pur di farli contenti, resteremo tutti poveri e infelici nel pantano in cui siamo.

di Stefano Ferrari

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