Sabato 01 Settembre 2012

La grandezza
di un uomo
innamorato
di Dio

Il giorno in cui lasciò la guida della diocesi di Milano, Carlo Maria Martini ricordò una coincidenza che lo inorgogliva: il suo episcopato era durato esattamente quanto quello di Ambrogio: 22 anni e sette mesi. «Ambrogio, il mio grande precessore – disse –, alla cui ombra vorrei collocarmi come l'ultimo dei suoi discepoli». È una coincidenza che la dice lunga sull'eccezionalità dell'episcopato di Martini: 22 anni e sette mesi alla guida di quella che è, per numero di fedeli, la diocesi più grande del mondo, sono un tempo lunghissimo, destinato a lasciare un segno profondo. Quando Martini arrivò a Milano, aveva davanti a sé una città ingrigita, trincerata dietro tanti steccati e tante paure. La grande Milano del boom era ormai un pallido e lontano ricordo. Martini arrivò senza farsi condizionare da quel clima pesante che poteva indurre a chiudersi nel recinto ecclesiale; a occuparsi solo delle cose di casa propria. Si capì subito che non aveva il profilo da grande parroco della città; anche fisicamente si percepiva in lui una statura diversa, che magari al momento metteva un po' di soggezione: era alto nel parlare, si concedeva poco ai sentimentalismi.
Poco alla volta però si capiva che stava conquistando terreno. Che conquistava fiducia e autorevolezza anche presso chi in chiesa da tempo non metteva più piede. Anzi erano proprio loro, i coriacei laici milanesi, a cedere al suo fascino, a riempire il Duomo per la sua scuola della Parola.
Con Martini Milano ha silenziosamente rimescolato le sue carte. Testate e giornalisti caparbiamente anticlericali, hanno rivisto le loro certezze. E di riflesso i cattolici hanno vissuto una inattesa rilegittimazione: tutti hanno cominciato a capire quanto fosse prezioso il tessuto delle parrocchie, degli oratori, delle scuole, delle strutture di carità, anche in una metropoli secolarizzata e proiettata verso il nuovo millennio. Il suo stile, quello che ha conquistato tanti milanesi, è condensato in quell'ultimo bellissimo discorso alla città, fatto l'8 giugno 2002.
Martini, citando come sempre il grande Ambrogio, disse che «da sempre, nelle epoche di angoscia, le sicurezze non risiedono in manifestazioni di potenza, che innescano catene di reazioni e di invidie; ma sono insite nei gesti di misericordia: "la misericordia non è mai delusa, ma riceve sostegno"».
Lasciata quella «casa» da cui amava ogni sera alzare lo sguardo verso la Madonnina («La Madonnina sulla guglia più alta, che ho guardato spesso in questi anni dalla terrazza della mia abitazione, affidando con speranza a lei me e ciascuno di voi»), la sua ha continuato ad essere una presenza paterna, discreta ma vigile. È stata questa una seconda lunga stagione di Martini, una stagione riservata, tutta dedicata alla Terra Santa, sinché ha potuto, e poi alla preghiera. Incontrava tante persone, con assoluta semplicità. Rispondeva una volta al mese alle lettere sul più importante giornale milanese, sempre con larghezza di cuore e di sguardo.
Se il primo Martini era caratterizzato dall'autorevolezza, a volte anche dalla severità delle parole, questo Martini invece è stato segnato da una dolcezza che forse non avevamo messo in conto. Come testimonia la battuta che chiude una delle sue ultime interviste, rilasciata al mensile 30Giorni. Una battuta che rivela una tenerezza inattesa: «Io ringrazio sempre Dio per come ha accompagnato la mia vita, per tante persone che ha messo al mio fianco lungo il cammino. Dico sempre che Lui mi ha anche viziato. E davvero sono contento davanti a Lui».
Giuseppe Frangi

Giuseppe Frangi

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