Monti
ci ha salvato
ora tocca
ai politici

Per una valutazione il più possibile obiettiva dell'operato del governo Monti, ad un anno dal suo insediamento, non si può prescindere dal considerare due importanti  aspetti.
Il primo riguarda la situazione che il governo si è trovato ad affrontare all'atto del suo insediamento; il secondo le condizioni nelle quale il governo ha operato, potendo contare sul sostegno di una maggioranza apparentemente molto ampia, ma che si è spesso divisa, condizionando ogni decisione.
Nel novembre dello scorso anno, del cosiddetto governo tecnico, la situazione del Paese era prossima al default. La prima decisione di Mario Monti è stata quella di assicurare alla Bce che avrebbe dato seguito agli interventi indicati nella lettera inviata al governo Berlusconi il 21 settembre precedente.
Mario Monti, forte della sua reputazione internazionale, è riuscito in poco tempo a restituire al Paese la credibilità che aveva perduto, proponendosi come interlocutore essenziale dei principali leader europei.
Passiamo, ora, al secondo aspetto. Appaiono del tutto evidenti, analizzando i provvedimenti adottati nei mesi successivi, alcune incompletezze o inadeguatezze in gran parte attribuibili ai ricorrenti condizionamenti politici. Dove questi condizionamenti non ci sono stati, come nel caso degli interventi intesi a consolidare i conti pubblici, compresa la riforma delle pensioni, tutto è filato liscio. Evidenti inadeguatezze sono, invece, riscontrabili in altri provvedimenti nei quali le ingerenze dei partiti sono state pesanti. È il caso della liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali e della riforma del mercato del lavoro, il cui esito, assai modesto, dà ampia testimonianza di quanto sia difficile fare qualcosa di veramente liberale in un Paese nel quale quasi tutti si dichiarano liberali.
L'aspetto più significativo, però, sul quale il governo è apparso venir meno agli impegni assunti all'atto del suo insediamento è quello riguardante l'azione per la crescita.
Anche alcuni provvedimenti orientati a far decrescere il debito pubblico e a liberare risorse da impiegare per la crescita hanno dato risultati poco soddisfacenti. La vendita del patrimonio pubblico (circa 900 miliardi) ha riguardato solo 5 miliardi di immobili, a fronte dei 100 ipotizzati. La diminuzione e la riqualificazione della spesa pubblica, attraverso la spending review, ha consentito, per il momento, di realizzare, con i provvedimenti del Commissario Bondi, solo 12 miliardi di risparmi a fronte dei 60 ipotizzati.
Le considerazioni svolte non solo tali, tuttavia, da intaccare il giudizio nel complesso più che positivo sull'attività svolta dal governo. Si tratta, ora, di completare questo lavoro. C'è da augurarsi che ciò avvenga e che questo compito venga affidato ad un governo politico, perché la democrazia non può essere costretta a lungo tra tecnocrazia e populismo.
Pino Roma

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