Bersani
o Renzi
È un voto
sul premier

Le primarie della coalizione di centrosinistra dovrebbero riguardare gli elettori di quella coalizione. Il punto di vista di Pierluigi Bersani e dell'establishment del partito, che non vogliono allentare le regole per la partecipazione al ballottaggio di domenica, è perfettamente ragionevole. Ma è una ragionevolezza che fa male all'Italia.
Le prossime elezioni andranno in scena secondo un copione già scritto. Può vincerle il Pd, oppure può vincerle il Pd. Nel centrodestra, Berlusconi è impegnato con successo in una operazione “terra bruciata”. Nel migliore dei casi, Alfano erediterà un partito in crisi di consenso e di identità, ma riuscirà a rendere spendibile il suo consenso con una alleanza al centro. Nel peggiore, i pidiellini si ritroveranno direttamente nella condizione del vecchio Msi: pochi voti e fuori dall'arco costituzionale. Il centro “montiano” sta provando ad organizzarsi, ma i sondaggi lo accreditano di percentuali modeste. La Lega deve per forza fare due passi indietro dalla politica romana. Grillo impazza, ma il movimento Cinque Stelle è la casa di tutti gli arrabbiati, privi del progetto e persino dell'ambizione di governare.
Il Pd, quindi, vincerà le prossime elezioni in buona sostanza per abbandono. Il segretario del Pd sa che vincerà, e che poi parteciperà a formare un governo di coalizione a forte impronta democratica. Proprio perché non ci sono alternative competitive, la sua strategia è consolidare i consensi attuali ed impegnarsi a premiare i gruppi che lo sostengono.
Matteo Renzi ragiona diversamente. E' l'uomo nuovo, che vuole intercettare voti e sensibilità diverse, per diventarne lui il punto di riferimento politico.
Ora vediamo che cosa interessa agli italiani. La strategia bersaniana è, in senso lato, conservatrice. Mira a rassicurare e, dopo le elezioni, a premiare quei gruppi che da sempre si sentono più allineati col Pd: il mondo sindacale, il pubblico impiego. La strategia renziana prova a coinvolgere un numero  più ampio di elettori. Per questo Renzi usa toni nuovi, nel centrosinistra, per esempio su Equitalia e la questione fiscale.
Sia per chi fa parte dei gruppi tradizionalmente piddini, sia per chi sta fuori, il ballottaggio di domenica prossima è l'unico voto che conta in questa tornata elettorale. La riforma della legge elettorale, qualunque essa sia, andrà nella direzione di rafforzare i partiti che esistono già. Con Grillo in forte ascesa, nessuno vuol ridurre il peso dei partiti come intermediari del consenso. Per il cittadino, il risultato sarà un sistema politico nel quale si sentirà ancora più impotente.
Per queste ragioni, tanto vale ragionare come fossimo un sistema a partito unico. Questa battaglia per la leadership del centrosinistra è l'unico contesto nel quale possiamo, ragionevolmente, sperare di scegliere da chi saremo governati. Ognuno ne tragga le sue conclusioni.
Alberto Mingardi

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