Mercoledì 20 Febbraio 2013

Insegnare il rispetto per chi soffre

Badanti, malati, parenti. Badanti che diventano parenti, sorelle e fratelli, ma badanti anche come nemici quando badano più a se stessi che al malato o all’anziano. Capaci di badare a qualcuno non si nasce, ma si impara da piccoli. Bisogna ricordarselo tutti. Quando accade che un accudito venga trascurato, ancora peggio, malmenato l’effetto è devastante. Notizie così disorientano tutti, i parenti che si interrogano sulle persone cui affidano i propri cari, le badanti e i badanti onesti e straordinari, sono moltissimi, di Carla Colmegna A (...) che si sentono l’indice puntato addosso. È accaduto ad Arosio. Un uomo di 92 anni è stato picchiato e legato dal badante di 48 anni. Picchiato e legato. Non si può. Lo hanno salvato i carabinieri e nessuno vorrà nemmeno pensare agli occhi del povero uomo. Non si può, ma non si può nemmeno immaginare che nessuno si sia accorto che in quella casa qualcosa non andasse. La figlia avrebbe affidato completamente il padre al badante e lui, il badante, avrebbe badato più a sé stesso che all’anziano. Forse è davvero venuto il momento, e non solo perché la violenza lo ricorda, di trovare il modo per verificare l’onestà e l’umanità di chi deve accudire. Come, è difficile. Ci hanno provato alcuni Comuni, hanno creato registri nei quali i badanti e le badanti possono iscriversi, ma per ora è stato un flop. Non funziona, troppo lenta la procedura di incontro domanda e offerta. La malattia ha bisogno di risposte immediate e anche la ricerca di lavoro. I privati in alcuni casi sanno fare e hanno fatto meglio del pubblico, forti anche del fatto di non avere i vincoli che ha il pubblico e, inutile negarlo, di poter contare a volte su un’efficienza migliore. Sono nati sportelli privati di incontro tra badanti che si offrono e famiglie che li cercano e, in alcuni casi, funzionano anche se hanno dei costi. Allora come se ne esce? Con l’educazione alla cura. Capaci di curare non si nasce, nemmeno le madri quando partoriscono sanno già come si fa a curare il proprio neonato. Imparano perché lo amano e, anche quando diventano delle vere professioniste della cura, hanno sempre il timore di non fare bene e abbastanza. Il sentirsi inadeguati a curare al meglio nasce dall’amore e ai più piccoli sarebbe importante spiegare subito che chi è anziano e chi soffre deve essere rispettato. Se si impara il rispetto si impara anche la cura perché chi rispetta l’altro mai vorrebbe vederlo soffrire. Mai lo vorrebbe, nemmeno quando si capisce che curare un anziano, un malato è troppo difficile. Non ce lo si deve nascondere, quando un parente anziano si ammala l’assistenza diventa un peso vero, fisico e psichico. Si parte tutti con le migliori intenzioni: «ce la faremo da soli, con un po’ di sacrifici di tutta la famiglia ce la faremo, lo cureremo». Invece non è così. La malattia mette alla prova. Non è detto che porti solo sconfitte, curare è spesso un’esperienza, che mai si vorrebbe fare ovvio, ma che insegna moltissimo; ma non è facile, non c’è niente di scontato nelle proprie reazioni, mai. L’unico modo per farcela, forse, è l’essere stati educati al rispetto e alla cura. È come correggere un bambino quando chiama "vecchio" un anziano. Se gli spiega perché "anziano" è meglio di "vecchio", capirà da solo che l’anziano merita rispetto per mille motivi. Se poi ci si comporta con rispetto con un anziano davanti al bambino, il bambino imparerà. L’imitazione, che banalità, è alla base della pedagogia. Carla Colmegna

Carla Colmegna

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