Domenica 24 Febbraio 2013

L'ultima
speranza
ha il nome
spread

  Le elezioni politiche portano con sé almeno una consolazione: la campagna elettorale è finita. E, con essa, quella girandola di equivoci scontati che regolarmente si prende la scena, ogni volta che tocca interpellare il popolo sovrano. L'abusata distinzione fra destra e sinistra, mai così vuota. Il divieto di divulgare sondaggi nelle ultime settimane, manco gli italiani fossero abituati a cambiare squadra a ogni sconfitta. L'utilizzo spregiudicato di categorie strappate al drappo solenne della morale - tradimento, menzogna, impegno, promessa - per dividere i buoni dai cattivi in una conta davvero improbabile, tipo all'ultimo giro di whisky nel più sordido dei saloon. La curiosa vocazione italiana a rinnovare ad ogni elezione non la classe dirigente, come sarebbe normale, ma i partiti - nome, simbolo, e tutto il resto - come non avviene da nessun'altra parte.
Chiunque vinca, aspettiamoci il peggio. Le forze politiche maggiori hanno presentato programmi a cinquanta sfumature di populismo. Abborracciati, mal scritti, messi assieme incollando slides. La politica è sempre stata, anche, teatro. Ma oggi proprio i piani per governare il Paese, e in una fase certo non facile, sono teatro di repertorio. Promesse trite e svalutate in partenza. Silvio Berlusconi è stato primo ministro tre volte: mai ha abbassato le tasse, mai ha ridotto la spesa pubblica, mai ha semplificato la burocrazia. Ci chiede il voto per abbassare le tasse, ridurre la spesa pubblica, semplificare la burocrazia. In un anno di governo, Mario Monti ha spremuto gli italiani come limoni - perseguendo quello che l'altro Mario, Draghi, ha definito “il cattivo consolidamento fiscale”, tutto fatto di nuove imposte e non invece di tagli alla spesa. Che cosa promette? Una robusta riduzione della pressione fiscale. Pierluigi Bersani, per certi versi il più trasparente del mazzo, si propone assieme come l'interlocutore più affidabile dell'Europa, e quello che farà sviluppo a suon di iniezioni di spesa pubblica. Che in italiano corrente si tradurrebbe: più tasse per tutti. Ma anch'egli spergiura che la misura è colma, e non aumenterà la pressione fiscale.
Lo spettacolo è brutto e deprimente. Grigi sono i suoi protagonisti: Berlusconi ha 76 anni, Monti 68, Bersani 61. Grigia è l'immagine dell'Italia che ne emerge. Un Paese stanco e deluso, che guarda al futuro con nostalgia, e che non sa più nemmeno farsi abbindolare con entusiasmo.
L'Italia avrebbe bisogno di riforme profonde: meno spesa pubblica, un taglio netto al debito, un sistema fiscale più civile, liberalizzazioni per riavviare la crescita. A parole ci stanno tutti, ma si tratta precisamente di ciò che ci è mancato fino a ieri, e davvero non si capisce come coloro che sono responsabili di questa assenza possano comportarsi diversamente da lunedì in poi.
L'unica nostra speranza si chiama spread. Quello spread che negli ultimi mesi se n'è stato tranquillo, e che solo imbizzarrendosi può - forse - convincere chiunque governerà nei prossimi anni a mandar giù la medicina di riforme che magari pure promette, ma certamente non vuole. Solo l'allarme, purtroppo, può indurre questa classe politica a non comportarsi “come se niente fosse”, come se questi fossero tempi normali. La riprova l'abbiamo avuta con tante iniziative del governo Monti, a cominciare dall'abolizione delle province: sfumata, non appena s'è spento l'allarme rosso sui mercati.
Beato il Paese che non deve sperare in un vincolo esterno, per trovare la forza di cambiare. Beato davvero.
Alberto Mingardi

Alberto Mingardi

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