Lunedì 18 Marzo 2013

Che brutta
scuola
se rifiuta
i ragazzi

Scuola pubblica e dell'obbligo con il numero chiuso. In forme più o meno subdole e striscianti è quanto sta avvenendo in molti istituti superiori della provincia, nonostante i seri dubbi di legittimità che una scelta di questo genere pone sull'operato di dirigenti scolastici e consigli di istituto.
Archiviato velocemente il rito dei cosiddetti open day - a proposito, che tristezza gli inglesismi benedetti perfino dai presidi dei licei - , terminata la fase delle pre-iscrizioni e accaparrato un numero di studenti sufficiente alla sopravvivenza, molte scuole si scoprono improvvisamente inadeguate a soddisfare le richieste di formazione che hanno contribuito ad alimentare, magari con forme di propaganda e suggestione su studenti e genitori più consone al libero mercato che alle cattedre pubbliche e statali. La soluzione che sembra prospettarsi è sempre quella: porta in faccia agli iscritti in esubero.
Esodati a quindici anni, un piccolo record. Eppure è quanto sta avvenendo, per esempio, all'Istituto Setificio di Como, che da qualche anno ha deciso di cimentarsi nella creazione di un liceo scientifico. I laboratori invece del latino hanno provocato un piccolo boom di gradimento. Numeri modesti, un paio di sezioni invece delle dodici del Giovio, che l'istituto però non riesce più a gestire. Quest'anno di sezioni, in prima, bisognerebbe farne tre, ma al Carcano non ci pensano proprio. Problemi logistici, dicono, non ci sono metri quadrati a sufficienza. E forse nemmeno risorse umane ed economiche per attrezzarsi ad accogliere la domanda che pure si è contribuito a generare.
È corretto, è legittimo? Diciamo che è un modo di fare in linea con le numerose riforme della scuola che si sono susseguite in questi anni, quelle che continuano a cambiare i nomi alle cose perché non cambi nulla. Una volta si chiamava scuola media, ora si chiama «scuola secondaria di primo grado», complimento al burocrate che ha avuto la brillante idea. Rispetto a prima, ci sono meno bidelli, meno supplenti e la stessa spalliera in palestra.
Alle «secondarie di secondo grado» che si piccano di aprire un liceo, invece, si lascia facoltà di attirare gli studenti e sbatter loro la porta in faccia se non ci sono soldi a sufficienza per comprare un adeguato numero di alambicchi, bequerel e becchi Bunsen. C'è chi prova anche a fare di più, decidendo perfino quali studenti tenere per sé e quali sbolognare agli istituti più attrezzati: di qua quelli con un fratello già iscritto oppure con la media del nove, di là tutti gli altri.
Facile ritenere che un semplice ricorso al Tar farebbe tabula rasa di criteri di selezione così eterogenei, non fosse altro per il fatto che nel biennio superiore pubblico dell'obbligo, i "gruppi Delta" non dovrebbero trovare asilo.
Però i ricorsi al Tar li fa chi se li può permettere. Non dovrebbero permettere certe cose, invece, l'ufficio scolastico provinciale, quello regionale e il ministero.
Mario Cavallanti

Mario Cavallanti

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