Venerdì 12 Aprile 2013

La sinistra
italiana
e un sogno
lontano

 Il Pd ha finora sostenuto la tesi che con "l'impresentabile" Berlusconi si possono fare, eventualmente, le riforme istituzionali, ma non un governo. La tesi è contraddittoria. Giacchè, se è impresentabile, con lui non si potrebbero fare le riforme decisive per il futuro del Paese.
Il gruppo dirigente del Pd ha esibito quale alibi di questa posizione l'ostilità irriducibile della sua base ad un simile governo. Poiché c'è della logica in questa contraddizione, è utile comprenderla. Pochi, forse, ricordano un enorme cartello agitato durante la manifestazione convocata dai sindacati contro il governo Berlusconi il 12 novembre 1994, in Piazza San Giovanni a Roma: «Abbiamo un sogno nel cuore: Silvio Berlusconi a San Vittore!»
Sono passati quasi vent'anni, ma il sogno non è morto, a quanto sembra. Esso è fondato sulla certificazione della propria superiorità morale e della bassezza morale dell'avversario. Si tratta di una scia ideologica della sinistra, che viene da lontano. Nella tradizione della sinistra giacobina, azionista e marxista l'etica pubblica consiste nel procedere nella direzione della storia umana e del progresso. Chi va in direzione opposta è, per definizione, immorale. Alla fine di questo vicolo cieco di perdizione si troverà di fronte la ghigliottina dei giacobini, i gulag staliniani, i lao-gai cinesi.
Nulla di così drammatico nella sinistra italiana, si intende. Togliatti ha sempre combinato la convinzione che i comunisti fossero fatti di una "pasta speciale" con un realismo machiavellico spinto fino al cinismo. Questa doppiezza ha consentito al Pci di crescere tra l'orizzonte lontano della società futura e il presente prosaico. Questo equilibrio instabile è saltato con Enrico Berlinguer. Fallita la strategia del compromesso storico, ad essa è stata sostituita quella della "diversità etica", fino ad arrivare a prospettare il "governo degli onesti", pronubo Scalfari. Invece di individuare le cause politico-istituzionali-amministrative della corruzione, la prima delle quali è il cosiddetto primato della politica, cioè dei partiti, Enrico Berlinguer piegò la sua politica verso la denuncia dell'immoralità pubblica, di cui all'epoca Craxi venne individuato come capofila. Craxi fu il primo "impresentabile".
La crisi della Prima repubblica nel 1989 ha fatto emergere questa corrente carsica, che ha coinvolto il primo leghismo - quello dell'esibizione dei cappi in Parlamento - il dipietrismo e tutti i movimenti di società civile, fino ad Ingroia e al grillismo. I nuovi gruppi dirigenti sono espressione di queste tendenze culturali, ne sono il prodotto e le rafforzano. Comune alla base e ai vertici è l'idea che la politica debba raddrizzare il "legno storto" degli italiani. Invece, compito dei partiti è "solo" (?) quello di "raddrizzare" l'Italia, incominciando essi per primi a "mollare la presa" sulle istituzioni, sull'amministrazione statale e parastatale, sulle imprese pubbliche, sulle banche, sulla società civile. Dall'etica privata di partito all'etica pubblica.
Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli

© riproduzione riservata

Tags