Domenica 21 Aprile 2013

La Thatcher
e le miserie
della corsa
al Colle

  Qualche giorno fa hanno messo via Margaret Thatcher. Tanti inglesi l'hanno rimpianta. Tanti si sono commossi. Tanti altri hanno goduto e strillato e festeggiato in maniera così plateale e così poco britannica da rendere plastico il più forte e, forse, il più puro dei sentimenti: l'odio.
Nessuno l'ha disprezzata. Nessuno. Perché, ora che il suo tempo è passato, che alcuni decenni ci separano dal suo regno e che la polvere della polemica si è ormai depositata sui tappeti, questa donna - questa donna, care le nostre onorevolesse da Bagaglino del centrodestra e da salotto radical-snob del centrosinistra, questa donna - appare agli occhi di chiunque abbia un minimo di sale in zucca per quello che è. Un gigante.
Si può essere d'accordo o meno con il suo più celebre e feroce aforisma - «Non esiste la società, esiste l'individuo» - o con la sua interpretazione liberista di un passo evangelico - «Nessuno ricorderebbe il buon samaritano se avesse avuto solo buoni proponimenti: il buon samaritano aveva anche i soldi» - ma non si può non ammirare una nazione che abbia avuto il coraggio e la lungimiranza di affidarsi a una donna nel momento più buio delle sua storia recente e permetterle di assestare una virata durissima e dai costi sociali terribili alla sua economia. Questo è un popolo. Questa è tempra. Questo è il nuovo.
Il confronto con la nostra paccottiglia parlamentare e, soprattutto, con la risibile retorica nuovista e femminista che, secondo la vulgata diffusa a piene mani da noi pennivendoli dal luogo comune sempre innestato, avrebbe dopo le elezioni invaso e purificato i palazzi del potere è davvero patetico. Anzi, grottesco. Uno spettatore ingenuo si aspettava, in questi giorni di trattative per l'elezione del presidente della Repubblica, di cogliere nell'aria il profumo della novità legato all'avvio di una stagione diversa e opposta alla palude secondorepubblichina e invece sono bastati pochi minuti per risentire alla buvette il consueto tanfo tartufesco. I soliti giochetti, le solite strategie cencelliane, il solito sbavare di pseudo liderini a caccia di un'intervista che li faccia illudere di non essere quei due di picche che in realtà sono e sempre saranno, i soliti franchi tiratori tanto al chilo, il solito flaccido parco buoi trascinato dai capobastone di Montecitorio.
Basti pensare a quel truogolo che una volta chiamavano Pd. Tutto uno strombazzamento nei mesi scorsi su quanto fossero state rinnovate le liste e quanti giovani e quante donne - quante donne, signore e signori! - e quanti italiani veri forgiati nella trincea del lavoro e della società civile segno indelebile della rottamazione del vecchio e del trionfo della generazione Facebook e Twitter che noi meglio di Obama e della Primavera araba e bla bla bla e poi, nel tritacarne in cui sono stati infilati Marini prima e Prodi poi, tutti questi Berlinguer in erba li abbiamo visti comportarsi come i peggiori peones avellinesi di De Mita: unanimità, applausi e pacche sulle spalle in assemblea per poi passare al killeraggio selettivo nel segreto dell'urna. Vengono su bene i virgulti del progressismo italiano. Tutti il loro papà, con i baffini o senza…
La verità è che i nodi giungono al pettine e che i mestieri non si improvvisano e che la politica è un lavoro duro e che bisogna studiare e prepararsi e avere una concezione della sua dignità, del suo ruolo e della sua autonomia e che non si può affidare la gestione di una società complessa al primo che passa solo perché è giovane o donna. Si scelgono i migliori. Punto. Tutto il resto è pattume, retorica da convegno finanziato dai sindacati o dalle pari opportunità.
Il disastro di queste giornate di votazioni ha almeno il merito di aver reso ancora più plateale il clamoroso grado di inadeguatezza del nuovo personale politico che - fra democratici spocchiosi, pidiellini al guinzaglio del padrone e grillini che a loro basta sbraitare e tutto il resto chissenefrega - sta dando un'immagine addirittura peggiore di quello vecchio. C'è qualcuno che si ricordi una proposta innovativa di un cosiddetto giovane parlamentare (che in Italia già pencola verso i 50, mentre Blair divenne primo ministro a 43)? C'è qualcuno che si rammenti un qualche colpo di genio delle amazzoni del Cavaliere o delle "cari-dem" (le "carine democratiche", secondo una strepitosa sintesi del Fatto quotidiano)? L'ultima è di Alessandra Moretti che, da portavoce di Bersani, ha candidamente ammesso di non aver votato per Marini, strafalcione che in un qualsiasi paese serio del centro Africa le sarebbe costata l'espulsione a pedate dal partito, mentre questa qui invece è ancora in giro a dare la linea in televisione. E poi dicono che uno si butta  a destra…
Fanno pena, i vecchi politici e i loro vent'anni di disastri e ruberie, i nuovi politici e il loro arrivismo senza cultura né progetto, e noi elettori vecchi e nuovi che continuiamo a delegare il futuro a gente del genere, forse anche perché, a guardarla bene, è proprio come noi.
Il segreto della Thatcher - diventata primo ministro in un paese dove in alcuni club era vietato l'ingresso alle donne - e il suo essere stato un leader rivoluzionario era non cercare mai il consenso come fanno gli uomini, né i complimenti come fanno le donne. Anche perché era una che un fanfarone come Berlusconi lo avrebbe sistemato due secondi dopo la sua prima battuta da caserma. E poi, magari, gli avrebbe pure invaso la Sicilia... La Thatcher rifiutava la collettività, puntava su individui responsabili, liberi, competitivi. Aveva una visione darwinista della società e, pur di modernizzarla, le ha fatto pagare prezzi così sanguinosi da apparire oggi in buona parte inaccettabili. Ma aveva una visione. Ne va bene pure un'altra, anche diametralmente opposta. Ma bisogna averne una. Questa è la differenza fra uno statista e un quaquaraquà. Tra un grande paese e una repubblica delle banane. E indovinate un po' noi  quale siamo dei due?
Diego Minonzio
d.minonzio@laprovincia.it

Diego Minonzio

© riproduzione riservata

Tags