Venerdì 26 Aprile 2013

Se in Italia
si torna
a parlare
di ricerca

  Finalmente la parola è stata pronunciata e scritta e perciò abbiamo potuto leggere: ricerca scientifica.
Era da tempo che questo termine era uscito dal giro. Non l'avevano mai pronunciata gli ultimi governi, non si era ritrovata nei punti importanti  strombazzati durante la campagna elettorale, non era stata menzionata nei programmi del nuovo governo per ora solo in attesa di nuovi eventi. Di ricerca scientifica hanno parlato i "saggi" convocati dal presidente Napolitano e non meraviglierebbe se fosse stato il presidente stesso a suggerirlo dato che per tutto il suo settennato ha invano cercato di attrarre l'attenzione su questa necessità. La ricerca scientifica è veramente una necessità: un Paese privo di materie prime, di grandi industrie e con un costo del lavoro elevato, non può farne a meno. È curioso che mentre i colloqui con i singoli politici trovino tutti consenzienti sull'importanza della ricerca per lo sviluppo del Paese, quando i politici si ritrovano insieme finiscono per penalizzarla. Qualcuno ritiene che, poiché la ricerca richiede tempi lunghi prima di produrre risultati significativi, i politici non ne vedano uno strumento di propaganda a fine mandato. È vero che si deve far presto perché l'Italia abbia la sospirata ripresa. Ma è altrettanto vero che sul lungo termine la ripresa ha bisogno di innovazione e soprattutto di esportare  prodotti ad alto valore aggiunto. Questi sono realizzabili solo attraverso un adeguato volume di ricerca scientifica che oggi invece è molto scarso. In Italia abbiamo, a parità di popolazione, circa la metà delle risorse e quindi anche la metà dei ricercatori rispetto alla media dei Paesi europei. Proprio a causa di questa inferiorità sprechiamo scioccamente importanti risorse. Ai programmi della ricerca europea contribuiamo per il 14%, ma alla fine riportiamo a casa solo l'8% circa perché non abbiamo sufficienti gruppi di ricerca che abbiano una massa critica per collaborare con gli altri gruppi europei.
Si deve quindi mettere la parola fine alla ricerca scientifica italiana? Sarebbe un grave errore perché nonostante tutte le carenze i ricercatori italiani rimasti sono pochi ma hanno performance comparabili a quelle dei Paesi più evoluti. Inoltre abbiamo in alcune aree del Paese, certamente in Lombardia, una forte concentrazione di Istituti e di laboratori che coprono molte aree di ricerca con caratteristiche multidisciplinari. Basterebbe poco per potere recuperare il tempo perduto in tempi ragionevoli.
Se il nuovo governo della Regione Lombardia vuole veramente realizzare qualcosa di stabile e di sostenibile deve cominciare dalla ricerca scientifica. Il settore biomedico è certamente a basso costo e ha la potenziale prerogativa di essere trainante non solo per ottenere più salute per la popolazione lombarda, ma anche per potenziare l'industria farmaceutica, diagnostica, riabilitativa, dietetica, alimentare e cosmetica. Si può fare, basta capirne l'importanza.
Silvio Garattini

di Silvio Garattini

© riproduzione riservata

Tags