Abbasso lo Stato

ragioniere di morte

In un editoriale memorabile sul tema dell’eutanasia pubblicato tanti anni fa, Indro Montanelli si domandava quale fosse il punto, la circostanza, l’attimo decisivo in cui l’esistenza di un essere umano non fosse più degna di essere vissuta. E il grande giornalista, con il tratto spietato e terribile così tipico della sua scrittura, rispondeva che era il momento in cui un uomo non riusciva più ad andare in bagno da solo.

Quanti di noi capiscono - o hanno capito in passato o capiranno in futuro - tutta la profondità, la sferzante violenza di una riflessione di questo tipo, figlia della cultura stoica, scettica, spartana, “classica” di Montanelli, che affonda le proprie radici in quella visione tutta laica della dignità dell’essere umano solo e soltanto quando è in pieno possesso delle sue facoltà ed è quindi libero, autonomo, misura unica e non influenzabile del proprio stare al mondo. E quanti di noi hanno pianto lacrime amarissime e strazianti e insopportabili nel vedere il degrado quotidiano, inesorabile di chi era sempre stato parte di te e che proprio per questo motivo sono arrivati a pensare che sì, aveva proprio ragione lui, perché quando si giunge a quel punto la misura è colma, non più sostenibile e, soprattutto, inaccettabile. Assolutamente inaccettabile.

La discussione è aperta. Ed è una delle più divisive e angoscianti possibili - e proprio per questo davvero nobile - sulla quale nessuno possiede certezze granitiche e nella quale il carico di dolore personale è talmente gravoso da far perdere di lucidità nell’analisi. Atei, credenti, agnostici: ognuno ha la propria sensibilità, ma nessuno può permettersi di non cogliere le ragioni profondissime e sanguinanti degli altri. Nessuno riesce a trovare una soluzione condivisa per una condivisione che non potrà mai esserci. Troppo profondo il solco. Troppo ardito il ragionamento fino ai confini più estremi del senso della vita. Troppo dolore, quando hai di fronte malati terminali, anziani disabili, pazienti devastati da sofferenze non lenibili. Troppo tutto.

Quello che non funziona, invece, è quando in questo campo minato entra lo Stato e ne diventa il contabile, il ragioniere, il sacerdote della partita doppia della vita e della morte, il capoufficio di una odiosa ingegneria suicidaria che vaglia, decide e applica la morte. Una morte per niente pietosa, checché ne dicano. È questa la vera lezione consegnataci dall’ultimo caso di cronaca che arriva dal Belgio e che riguarda una ragazza di soli ventiquattro anni, in perfette condizioni di salute ma attanagliata fin dall’infanzia da una gravissima forma di depressione, che l’ha già portata più volte a tentare il suicidio e ad infliggersi ferite e autoumiliazioni e l’ha infatti convinta a farsi ricoverare in un centro specializzato. Senza alcun esito, però.

Il racconto riportato ieri da “La Stampa” è impressionante: un vuoto di senso continuo, inestinguibile e senza mai un attimo di requie, con l’aggravante di non essere figlio di un episodio traumatico. Mai un’emozione, un avvenimento, un amore, un odio capace di portarla fuori dalla smisurata gabbia di dolore e di devastante sofferenza psichica e che la spinge a porsi in modo ossessivo ogni giorno, tutti i giorni, da vent’anni a questa parte, la stessa identica domanda - “Che ci faccio qui?” - e a darsi in modo ossessivo la stessa identica risposta - “Io non voglio vivere”.

Terribile, vero? Eppure, per quanto possa sembrare paradossale, il vero punto non è qui. Il punto sta tutto nella legge belga, che autorizza i pazienti a chiedere allo Stato l’eutanasia (legale in Belgio dal 2002, dove ogni anno si spazzano via con un tratto di penna milleseicento persone), tanto è vero che la ragazza, dopo aver ottenuto il consenso di tre diversi medici, ha già avviato le procedure per arrivare alla “dolce morte”, prevista entro la fine dell’estate. È questa la cosa che non funziona. È questo il fatto che davvero non si può accettare.

Lo Stato registratore di cassa della morte altrui, una efficiente e tenebrosa Asl della falce, espressione di una cultura della fine, del nulla, portatore di una pedagogia nichilista e demoniaca che lo toglie dall’unico ruolo che può incarnare in una vicenda di questo tipo - la neutralità più assoluta – e al contrario gli conferisce il potere più totalitario: quello di dare la morte ai propri cittadini.

Beh, la morte non è questione di Stato. La sofferenza, la depressione, il dolore, il chioccolìo del vuoto esistenziale che sgorga dai meandri dell’anima non sono affare suo. Non è sua competenza, per quanto ammantata di pietosa carezza regalata per alleviare le pene e spegnere con dolcezza muliebre e materna una vita non più sopportabile. Già si impiccia in mille cose per le quali non ha alcun titolo e nelle quali combina disastri e pasticci infiniti, ma questa è la tentazione più pericolosa e mostruosamente “educativa”: la delega all’ente pubblico della scelta più drammatica di un’esistenza intera. Non è così. Non può essere così. Non deve essere così. Qui siamo nel foro interiore più assoluto, in un luogo privatissimo dell’animo. Te, te stesso e te solo. È questa la dignità della tua vita o della tua morte. La tua scelta, soprattutto se sei giovane, sano, autonomo e nel pieno possesso di tutte le tue facoltà. Non quella delegata ad altri. Il suicidio di Stato è l’aberrazione finale, questa è la verità.

Si nasce soli. Si vive soli. Si muore soli. Se la ragazza ha deciso di farlo, allora prenda tutto il coraggio tra le mani e lo faccia. Da sola però. E senza a chiedere a noi il permesso o addirittura un aiuto pietoso. Ma soprattutto non lo faccia. Non lo faccia, per carità. Perché, almeno in questo, un gigante come Montanelli – depresso cronico che però non si è mai tolto la vita - si sbagliava di grosso. C’è tanta dignità e tanto coraggio e tante cose ancora da provare anche negli ultimi scampoli dolorosi di una vita. E non sarà certo un pannolone a spazzarle via.


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