Auguri Vic, simbolo

della rivolta silenziosa

Fino all’inverno 1980, la domenica tipo di un ragazzotto del basso lago si articolava su un unico dilemma esistenziale: digerire il frittellone zuccherato del Luna Park dopo tre giorni oppure vomitarlo direttamente sul Tagadà.

Dopo - dopo aver visto “Il tempo delle mele” ed esserne rimasto dannato - la prospettiva si è invece incentrata su una sola domanda martellante: come aveva potuto perdere tutto quel tempo con le Sabrine, le Sabine, le Martine, le Cristine, insomma, con tutte quelle altre ninfette del condominio e della festa del patrono e del ritrovo al muretto con quei motorini, quei completini da strapaese, quell’accento da profondo nord e tutto il resto di quella paccottiglia maledetta quando invece, diciamoci la verità, Sophie Marceau era un po’ tutta un’altra cosa?

Se è vero – come è vero – che i momenti topici, le chiavi di volta, gli attimi fuggenti dell’esistenza di qualsiasi essere umano non sono mai connessi ai grandi eventi sui quali si baloccano con burrosa prosopopea i media, ma sempre e solo ai fatti minimi, alle screpolature della storia, alle pieghe del quotidiano di cui poi un giorno magari pure ti vergogni, allora giovedì scorso - il giorno in cui l’attrice ha compiuto i suoi primi meravigliosi cinquant’anni – puoi realizzare con certezza che quello è stato proprio uno di quei momenti. E chi ne sorride, vuol dire che non ha capito niente.

La scoperta dell’altro sesso, lo stordimento della bellezza in fiore, di tutta l’unicità, l’irresistibilità di un’adolescenza che si presenta diversa e opposta da quella che vivi e che ti viene squadernata ogni giorno nel tuo polverosissimo tran tran da liceale di provincia, aveva preso corpo nella Parigi de “Il tempo delle mele”, che non aveva niente a che fare con quella coltissima ma ammorbante e insopportabile dei dolcevita alla Sartre e dei bistrot fumanti di depressione e ideologia, ma che è comunque un luogo dell’anima. Uno di quelli che ti cambiano, perché tu un’adolescenza su un palcoscenico così perfetto non l’avresti mai vissuta e quindi quella rappresentata nel filmetto di Claude Pinoteau era destinata a diventare pura polpa da mito.

Basta un caschetto nero per fare una rivoluzione generazionale. Infatti, quell’idea di nessuna pretesa e di nessun contenuto, quella esile trama sui primi turbamenti dell’età più assurda, più dolorosa e più struggente che ci sia datava 1980 mentre - e non a caso - 1982 datava il primo disco di Madonna, altro simbolo dello strombazzato crollo dei valori, dell’impegno e della politica a favore della riscoperta dell’individuo, dell’emergere del fatuo, della futilità dei sentimenti da quattro soldi. Insomma, il tracimare del cosiddetto riflusso degli anni Ottanta.

E la cosa fa ancora più impressione se si pensa che solo qualche tempo prima l’adolescente tipo degli anni Settanta veniva inesorabilmente ammorbato dalla vulgata della rivolta, degli ideali proletari, del massimalismo, dell’impegno politico e i mattoni di Ferreri e quelli di Antonioni e la borghesia ottusa e trinariciuta e la metafora dell’incomunicabilità e le avvelenate di Guccini e Bertoli e la musica fricchettona e i Festival dell’Unità e le sedute di autocoscienza e l’occupazione delle scuole e gli zoccoli olandesi di Moretti (Nanni) e le pistolettate di Moretti (Mario) e tutto quel caravanserraglio di ciarpame che ancora oggi se ne sente l’olezzo. E uno si innamorava, sentiva i primi timori e tremori, coglieva i primi umori e odori ingabbiato però nel kolchoz culturale del teatro alternativo in calzamaglia, del comitato trotzkista e delle vacanze in Grecia con la chitarra e il sacco a pelo e le espadrillas scalcagnate e i maglionazzi sformati e gli Inti Illimani e la forfora e i “cazzo, compagni, mozione d’ordine!”. Che destino infame.

Sophie Marceau ci ha dato un taglio. Li ha fatti sparire tutti quanti con i batticuore della piccola Vic e del suo primo amore inseguito affannosamente lungo tutto il film e poi destinato a svaporare come una bolla di sapone nell’ultima, e a suo modo storica, sequenza. Perdere la testa per quella quattordicenne, vedersi il film dieci volte, fantasticare sulle note mielose di “Reality” dello stucchevole Richard Sanderson ha rappresentato una specie di rivolta silenziosa - e inconsapevole - nei confronti di una generazione con la quale non si voleva avere più niente a che fare. E ripensando oggi a tutto quello che i figli dei fiori hanno combinato, c’è da esserne fieri.

Non importa che sia un’attrice da niente. E non importano il prevedibile “Il tempo delle mele 2”, l’imbarazzante “Il tempo delle mele 3”, il ridicolo “Anna Karenina” (che se la trova in giro la Garbo, la prende a roncolate), il patetico “Belfagor”, la particina (questa volta decente) nel kolossal “Braveheart” e tanti altri dimenticatissimi film di serie B. E non importa neppure – per rimanere tra le dee transalpine – che Emmanuelle Béart la superi mille volte in bellezza, Irène Jacob in sensibilità, Juliette Binoche in bravura, Isabelle Huppert in carisma. Lei ha avuto il merito di diventare l’interprete, anzi, la metafora, di un’epoca che in pochi anni ha messo in naftalina il Sessantotto e tutti i suoi Zeloti degeneri e pulciosi per aprire la strada alla modernità di fine secolo. Sophie Marceau come Reagan e la Thatcher? Farà ridere, ma c’è del vero pure in questo.

E poi l’abbiamo amata, questa ragazza di cinquant’anni, perché è sempre stata una cosa diversa da tutte le altre, visto che se a Janet Jackson cascava la spallina durante un concerto sembrava un baldraccone in disarmo a caccia degli ultimi clienti, se Sophie restava a seno nudo sul tappeto rosso di Cannes, al contrario, era una dolcezza da brividi. E a pensarci bene, l’abbiamo sognata - e ogni tanto la sogniamo ancora - anche perché “ti amo” sussurrato in italiano fa venire in mente la pizza, il baffo nero e il mandolino. In francese, invece, fa quasi credere che chi te lo dice lo pensi per davvero. Buon compleanno, Vic.


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