Buonisti o cattivisti

categorie da circo

In questi giorni d’esordio del governo si parla molto di buonismo e cattivismo e di come il primo, dopo anni di dominio sulla comunicazione politica italiana, sia ormai in rapida e rovinosa ritirata a favore delle orde feroci del secondo. Due comunità, due visioni del mondo, due modi di vedere le cose. Insomma, due Italie contrarie e opposte, l’una contro l’altra armata. Ma non è vero. Buonismo e cattivismo non sono alternative esistenziali, incarnate dalla sinistra e dalla destra, ma facce della stessa identica medaglia. Il buonismo e il cattivismo sono i figli gemelli di un unico padre: il cialtronismo.

E visto che si parla di cialtroni, chi meglio del circo mediatico è maestro nel semplificare, superficializzare, schematizzare, pillolizzare dinamiche complessissime che vengono invece regolarmente ridotte su giornali, tv e, soprattutto, social media a fanfaluche per bambini, a narrazioni per ritardati, a parole d’ordine che gli imbonitori sparpagliano nelle piazze per abbindolare il popolo bue? E quindi, così dicono, qui tra noi ci sarebbero i buonisti che, in politica così come nella vita, amano tutti, accolgono tutti, trovano una buona parola per tutti, mediano su tutto e rifuggono lo scontro, aprono canali di comunicazione, smussano angoli e limano e unguentano e vaselinano e troncano e sopiscono e un piccolo sorriso e una mezza parola e tutto il resto che rende impagabile il meraviglioso mondo del politicamente corretto. Niente parolacce, niente sbotti d’ira, niente battute e frizzi e lazzi e ammicchi su donne e bambini e neri e musulmani e diversi e poi i vegetariani e i vegani e lo yoga e Veltroni e Baricco e Capalbio e i premi letterari e i salotti delle gente che piace e la retorica sulla famiglia Obama, che ha rappresentato l’acme del cascame, del pattume, della fuffa à la page che ci ha cariato molari e premolari per lunghi anni mielosi e melassosi.

Poi, da qualche tempo pare che siano entrati in scena i cattivisti. E da lì in avanti, apriti cielo. E urla e sbraiti e insulti e bestemmioni e selfie trinariciuti e dirette Facebook invasate con gente gonfia a torso nudo mentre falcia il grano, bonifica paludi e invade la Tunisia e vaffaday e ronde e ruspe e fucili per tutti e osterie della bassa e dagli alla casta e dagli al sindacalista e dagli al negro e dagli all’ebreo e dagli all’islamico e dagli al frocio e qui la gente non ne può più e qui la gente è stufa e qui la gente non arriva alla fine del mese e il complotto dei vaccini e il complotto dell’Europa massonica e il complotto delle multinazionali e filo spinato e cannoneggiamo i barconi. E la retorica – l’insopportabile retorica - dell’analfabetismo, del becerismo, del piazzismo, del ruttismo, shakerata a ogni momento, da mane a sera, saltando ogni intermediazione perché noi siamo fatti così, noi siamo come voi, noi siamo come il popolo come Dio lo ha fatto. Tutto vero.

Ed è un affresco talmente pervasivo che, dai e dai, spinge quasi a credere che in effetti sia proprio così e che gli italiani siano tutti solo e soltanto di tal fatta - o fighetti di sinistra o buzzurri di destra - e che la nostra repubblica delle banane sia divisa in due uniche tribù destinate a combattersi, vincersi e sopraffarsi nei secoli dei secoli. Una che compulsa Platone nella masseria in val d’Orcia e l’altra che s’ingaglioffa sulla rosea ai bagni Piero di Cesenatico, una che pontifica sulle metafore di Sorrentino e l’altra che sghignazza cicciobomba e rubizza con Boldi e De Sica, una che pilucca tofu e seitan e l’altra che grufola trippa gelata alle due di notte, una che accarezza poveri negretti e l’altra che li prende a calci in culo, una che angelica le donne che non si sfiorano neanche con un fiore e l’altra che va a mignotte, una che s’infervora sui destini delle generazioni future e l’altra che tira lo sciacquone. Una roba da mal di testa.

Facile raccontarlo così, il nostro povero paese, vero? Cosa c’è di meglio dell’innestare il solito turbo di luoghi comuni, di slogan da bar che incasellano un’intera società entro uno schema prefissato? E invece la verità, la verità vera, è che ci sono frotte e mandrie e valanghe di italiani che con tutta questa rappresentazione, con tutta questa fanfaronata, con tutta questa buffonata che ci rifilano da ogni pertugio da lustri, non ha nulla a che spartire. E che è distante anni luce dai ridicoli tic e birignao che contraddistinguono la vulgata buonista con tutte le sue ipocrisie farisee, ma lo è altrettanto dal profilo macchiettistico dettato dalle linee guida del cosiddetto pensiero sovranista, con il suo nazionalismo straccione e il suo analfabetismo dialettico e istituzionale. Come se in Italia non ci fossero persone normali, serie, di buonsenso che sanno perfettamente quanto sia fondamentale il concetto di legalità e di sicurezza, quello di certezza della pena e del principio di responsabilità individuale e quanto, al contempo, detestino ogni chiamata di correo, ogni discriminazione legata a razza, sesso o religione. O come se non esistessero italiani che conoscono il valore del rischio d’impresa, il peso insopportabile delle tasse e della burocrazia, il discrimine del merito e delle competenze, senza per questo trattare i dipendenti come schiavi o calpestare leggi ed etica.

Bene, se è così, ed è cosi, il vero tema non è quello del buonismo o del cattivismo - che sono due identiche pagliacciate -, ma quello di una comunità talmente estesa da essere probabilmente maggioranza a sua insaputa - maggioranza silenziosa - che nessuno rappresenta, nessuno difende e che viene quindi inglobata dentro schieramenti con i quali non ha alcuna affinità. Perché non c’è, non c’è mai stato e probabilmente non ci sarà mai un partito che la interpreti. Questo è il vero dramma di una stagione assurda, tronfia, grottesca come quella che stiamo vivendo e rispetto alla quale noi apolidi solo questo oggi possiamo dire: buonismo e cattivismo sono ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio

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