Come siamo infantili

nella caccia al più puro

Se fai a gara nel fare il puro, troverai sempre uno più puro che ti epura. L’aforisma - mitologico - è di Pietro Nenni, ma come tutte le verità assolute non ha né tempo né spazio e segna con il suo marchio di disincanto una delle più pericolose regressioni infantili che possano colpire la politica. La morale. Il moralismo. Il doppio moralismo. La superiorità antropologica. I migliori. I puliti. Gli onesti. L’Italia degli onesti. La repubblica degli onesti. Lo scudetto degli onesti. I diversi. I marziani. I puri, appunto. Questa ammaliante, eterna, viscidissima scorciatoia grazie alla quale ci si illude di svicolare dal principio di realtà, dal pane duro della vita reale con tutte le sue opacità, le sue zone d’ombra, i suoi grigiori, la spietatezza dei suoi compromessi, da quell’arte del possibile che tanto scandalizza i salotti benpensanti degli ottimati, dei predestinati, degli illuminati.

Da quanto tempo l’Italia si è infilata in questo imbuto? Perché non ha nessuna intenzione di uscirne? E perché non riesce mai a far tesoro della grande lezione di Benedetto Croce, secondo il quale l’unica vera moralità consiste nella capacità? Che c’entra l’onestà con la politica, con la valutazione della lungimiranza, della strategia, della visione di un mondo a lunga gittata, basato su progetto decennale e forse, ancor meglio, ventennale di un paese? La probità, la purezza sono condizioni pre-politiche, basilari, propedeutiche, tanto è vero che se un amministratore non lo è, lo si prende, lo si processa, lo si condanna e lo si schiaffa in galera. Fine della storia. Ma essere onesti non significa affatto essere validi e competenti.

Eppure siamo ancora qui, come sempre dalla fine della vituperata repubblica dei partiti. E se è vero che quelli sono stati e sono ancora oggi in larga parte un comitato di affari più degno della Chicago degli anni Trenta che di un simposio di intelligenze coese nella progettazione del bene comune, è altrettanto vero che la cosiddetta società civile prestata alla politica si è rivelata un clamoroso bluff. Un bidone sesquipedale. Una fanfaluca perfetta per baloccarsi a qualche convegno che piace alla gente che piace, ma del tutto inadatta a governare la complessità di una nazione postindustriale. Ma nonostante questo e le raffiche di magistrati, grandi imprenditori e grandi professionisti che hanno invaso Comuni e Parlamenti dalla metà degli anni Novanta a oggi e nonostante il loro pressoché totale fallimento, sia a destra che a sinistra, siamo ancora alla ricerca dell’ennesimo uomo nuovo, del diverso, dell’unto del Signore, del grande inquisitore, del censore che tutto vede, tutto registra, tutto codifica e, soprattutto, tutto giudica dal suo scranno adamantino.

E, a quanto pare, lo abbiamo già trovato. E a lui il ruolo sembra piacere assai. Le cronache relative alle gesta di Raffaele Cantone - il nuovo Di Pietro, il nuovo Ingroia, il nuovo De Magistris, il nuovo Pisapia, il nuovo Marino, ma anche forse il nuovo Monti, il nuovo Berlusconi, il nuovo tutto - dicono due cose molto chiare. Da una parte la connaturata inclinazione zerbinesca della nostra categoria di pennivendoli, che appena si affaccia l’uomo forte si sdraia a tappeto come nemmeno l’ultimo fattorino dell’ufficio di Fantozzi, dall’altra il progressivo strabordare del grande funzionario fuori dal vaso delle proprie deleghe. Lui che commenta le nuove leggi dello Stato, che analizza la finanziaria, che scrive la pagella di Roma e Milano, che stigmatizza il correntismo dei suoi colleghi, che dà patenti morali, che dice la sua sulle cose del mondo. Che c’entra tutto questo con il lavoro del grande funzionario?

Non c’entra niente. Moltissimo, invece, con la progressiva cucitura di un ruolo tutto politico che abbiamo già visto mille volte e che non può neppure essere troppo rimproverata alle legittime ambizioni del soggetto in questione, visto che va a coprire un vuoto pneumatico lasciato da una politica mai così inesistente, risibile e stracciona. In natura, i vuoti si riempiono. E qui non siamo più neanche al vuoto, ma al sottovuoto, al sottovuoto spinto. E se il vuoto è prodotto dall’assenza dei partiti, troppo impegnati a straparlare in televisione, a tuittare banalità a raffica e a mangiarsi pure le gambe del tavolo, è ovvio che scatti la delega in bianco, la consegna inerme nelle mani del cavaliere bianco o nero di turno, al quale viene affidata la salvezza della patria in pericolo. E allora parte il circo. E Cantone che dice e Cantone che fa e Cantone che vigila e Cantone che atterra e suscita e Cantone archiatra dell’Italia renziana e Cantone che non le manda a dire e Cantone che non è mica nato ieri e Cantone che bacchetta Blatter e Cantone che impone le mani e Cantone che divide le acque e Cantone che accarezza bambini biondi e Cantone che dona oro alla patria e Cantone che invade la Polonia.

Quanto manca all’inevitabile discesa in campo di Cantone? Quando sceglierà tra destra o sinistra, oppure no, lui da solo contro il Sistema, perché la nostra bella Italia è stufa marcia dei soliti noti? E, soprattutto, quanto durerà la freschezza, la novità, il fervore della Cantone-mania? Quanto è durata la fascinazione per il loden di Monti? E quella per quel Letta tanto a modino? Li abbiamo dipinti per mesi come due eroi risorgimentali e adesso se un ubriaco li incontra per strada li prende a torte in faccia. Metafore. Tutto arde velocemente, nella repubblica delle banane, e quindi se fossimo nei panni di Cantone staremmo poco sereni. Già s’avanza un nuovo eroe, un puro ancora più puro: Francesco Paolo Tronca, il prefetto di Milano, che sull’onda della trionfale gestione di Expo vola a fare il commissario della suburra romana.

Leggetevi le cronache dei giornaloni in questi giorni di basso impero: severo, austero, riservato, ligio, colto, silente, dolente, pensante. E, soprattutto, - parola magica - sobrio! Sobrio!! Sobrio!!! Scusate un attimo, ma chi era poi questo Cantone?

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio

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