Como: Comune  i colpi d’ala  sono voli del tacchino

Como: Comune

i colpi d’ala

sono voli del tacchino

“E tutto d’un tratto il coro!”. Quanti ricordano questa pubblicità di Carosello con Carlo Dapporto e Giorgia Moll, una bellona dell’Italia felix post boom? Reclamizzava un dentifricio ispirato a un capitano di quelli usi a condurre navi e non ruspe. Ecco, quello che è emerso di colpo dal brumoso immobilismo del Comune di Como sull’ex Ticosa, non è stato un coro, come avrebbe dovuto essere per rispetto della città, ma una voce dal sen (inteso non solo femminile) fuggita. Una bomba, quella di collocare gli uffici comunali dentro le rovine della tintostamperiam che, a causa del metodo, rischia di trasformarsi in un krapfen: con il tempo, la crema inacidisce.

Perché di tempo per produrre una simile imprevista impresa ce ne vorrà parecchio, così pure di denaro: un dettaglio da nulla che la maliziosa e malaccorta vocina si è scordato di precisare. Forse perché l’obiettivo della sortita che, antipasto dell’abbattimento ventilato, avrebbe fatto tremare i muri di palazzo Cernezzi, era un altro, invero effimero.

Ma poiché da noi conta la ciccia, cioè la sostanza, vediamo di capire. Sarebbe un’offesa alla memoria dei lettori di queste colonne infamone credere che sia calato l’oblio sulla richiesta di un colpo d’ala dell’amministrazione riferito al destino di tre aree strategiche in cerca di autore e pure di copione: quella del vecchio Sant’Anna, quella del San Martino e, appunto, l’ex Ticosa. Se la prima è ancora avvolta in una nebulosa, per la seconda qualcosa si muove sia pure sottotraccia ed è opportuno che per ora lì rimanga. Come sarebbe stato meglio nel caso del vasto e desolato spazio che si affaccia sulla via Grandi, la storica ferita della città. Questo blitz, altro non è che un modo per far riprendere il sanguinamento della lacerazione prodottasi parecchi lustri fa nel corpo comunque florido di Como.

Ammesso e pure concesso ormai, che i termini della questione non siano più “cosa mettere in Ticosa” ma “mettere qualcosa in Ticosa”, si sarebbe potuto far meglio sempre e non solo per il metodo di cui sopra. Ma da un consesso amministrativo dal respiro da sempre corto e, negli ultimi tempi, pure affannoso, forse non ci si doveva attendere altro. Il dilettantismo gettato allo sbaraglio continua a essere il tratto distintivo di questa amministrazione. A dominare la scena dentro palazzo Cernezzi sembrano essere i rancori reciproci che finiscono per abbattersi anche su chi (qualcuno c’è) cerca di industriarsi per produrre l’atteso decollo che toglierebbe Landriscina dalla sempre più ricorrente leggenda metropolitana per cui il sindaco, nel quale pochi riconoscono il ferrigno condottiero del 118, abbia mandato in Comune un pallido sosia.

Così però si palesa all’orizzonte l’effimero volo del tacchino sia perché, e siamo sempre nel campo del metodo, una simile operazione richiede un consenso ancor più che ampio, dentro e fuori la politica. E poi, e qui arriviamo finalmente al merito, l’unica cosa che conta nella derelitta Terza Repubblica. Siamo certi che sia una buona idea spostare il municipio dal cuore di una città, specie se quest’ultima ha una certa valenza storico artistica? Immaginate Roma con il Comune trasferito a Tor Vergata, o il municipio di Milano spostato da palazzo Marino a Bollate. Per non parlare di Firenze a palazzo Vecchio. Teniamo lontana la tentazione della facile metafora di un Comune collocato tra un depuratore e un cimitero.

E poi, al di là del fatto per cui l’idea non sarebbe neppure originalissima – di mettere gli uffici pubblici in Ticosa si parlava nel ’90 ai tempi della giunta di Angelo Meda, così come di abbattere la parte del municipio aggiunta a palazzo Cernezzi – che cosa accadrebbe allo storico e capiente stabile di via Vittorio Emanuele?

Certo, qualcuno, a proposito di metafora, ha voluto sublimare l’idea di un’abbattimento dell’istituzione già avvenuto, in senso figurato , da parte dell’amministrazione Landriscina. E da lì si potrebbe anche vagare nel vasto oceano freudiano di un sindaco, amletico prigioniero di un palazzo che, per liberarsi, fa crollare le mura. Ma sarebbe dar troppo credito a chi, forse, cerca solo un fantozziano tentativo di rimonta. Perché il coro è anche quello dell’Aida. “Partiam partiam”, poi sono sempre lì”.


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