Como non rispetta  neppure i morti

Como non rispetta

neppure i morti

I cultori del genio di Giovannino Guareschi ricorderanno il celebre episodio, riportato anche nella serie cinematografica evergreen con Fernandel e Gino Cervi, della vecchia maestra. Quella che aveva insegnato a leggere e scrivere a tutto il paese e pelava la zucca del giovane Peppone a bacchettate. Quando arriva il suo momento, l’insegnante chiede al sindaco comunista di essere sepolta con la “sua” bandiera: il tricolore che porta ancora lo scudo sabaudo. Sono gli anni che seguono il referendum con cui gli italiani hanno scelto la Repubblica e il fuoco non ancora spento cova sotto la cenere. La discussione nel consiglio comunale del piccolo borgo vede l’opposizione liberale concorde con la maggioranza comunista nel negare alla maestra il suo ultimo desiderio. Peppone, sotto lo sguardo interessato di don Camillo pronto a intervenire, lascia parlare tutti, poi dice la sua. “Come sindaco sono d’accordo con voi - esordisce -. Ma siccome in questo paese comandano i comunisti, come capo dei comunisti me ne infischio. Perché rispetto più la maestra morta che tutti voi vivi”. Il dibattito finisce lì e la vecchia insegnante intraprende l’ultimo viaggio avvolta nel “suo” vessillo. In quel paese agitato da forti passioni politiche, “almeno si rispettano i morti”, chiosa Guareschi nel terminare il racconto. Ecco, a Como, da tempo immemorabile e imperdonabile, è scomparso il rispetto per i defunti. Dopo il caso dei cimiteri lasciati in balia delle erbacce, risolto solo dopo una martellante campagna di questo giornale, si registra una nuova puntata dall’indecente saga del forno crematorio fermo.

Chi ha letto “La Provincia” di ieri, non può non aver strabuzzato gli occhi e fatto un salto sulla sedia di fronte all’ineffabile assessore Pettignano che garantisce: “faremo in fretta per il bando sul personale che dovrà farlo funzionare”. Attenzione, non si parla dell’Apollo 27 che deve portare gli uomini su Saturno, ma di una struttura tanto triste quanto rudimentale di cui nessuno vorrebbe mai doversi servire.

Pensiamo alla pena dei tantissimi congiunti di comaschi che ci hanno lasciato negli ultimi anni, dal 2016, costretti a uno straziante tour in Lombardia, e Piemonte: dalla Valtellina a Varese, a Biella, per poter avere l’urna con le ceneri dei loro cari. Inaccettabile che questa macabra burocrazia che blocca l’impianto del cimitero Monumentale abbia attraversato due giunte di colore diverso e sia stata trattata come una pratica ordinaria. No, a costo di essere non solo politicamente, ma anche legalmente scorretti, bisognava e occorre fare di più. Anche con il rischio di tirarsi addosso delle rogne. Vogliamo vedere chi avrebbe avuto qualcosa da ridire di fronte a procedure da azzeccagarbugli con vari enti che hanno competenza sul forno, forzate o violate. Perché i morti bisogna rispettarli, sempre. E in questa città non succede più. Pazienza per i vivi che non sono trattati meglio da un’amministrazione che, per non essere malevoli, si può definire indolente e piegata a interessi particolari. I vivi hanno tempo, quelli che non lo sono più no. E la civiltà impone di alleviare, non aggravare lo strazio di chi ha perso la mamma, il papà, il figlio, la figlia, la moglie, il marito, la sorella, il fratello e l’amico”. Altro che, “in settimana credo possa essere pronta la prima bozza” del bando che consente di ingaggiare il persone idoneo a far funzionare l’impianto. Dopo quasi tre anni si procede: in attesa delle scartoffie si invia qualcuno in grado di garantire il servizio. Vediamo chi contesta. Ma ci vorrebbe coraggio e volontà di mettere davanti a tutto il bene comune. E come dice Manzoni, il coraggio “chi non ce l’ha mica se lo può dare”. Anche se, per citare Foscolo nei Sepolcri, “a egregie cose il forte animo accendono, le urne dei forti”. Già, il forte animo.


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