Con la giunta di Como
ogni problema è cabaret

La giunta di Como, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Basta un piccolo tema, un mezzo problema, una mini emergenza ed è subito cabaret.

L’ultimo scienziato ad emergere da questo consesso di cervelloni che lavora coeso, adeso e proteso per il bene della città e della terra lariana tutta è l’assessore ai lavori pubblici Vincenzo Bella. Che un paio di anni fa era sbarcato a Como circondato da un alone di credibilità davvero inusuale, conoscendo il livello del resto della truppa. Lo dicevano un po’ tutti. Guarda che Bella è serio, mica come Pettignano, intellettuale della Magna Grecia. Guarda che Bella è competente, mica come la Rossotti, maestra della supercazzola imprenditoriale. Guarda che Bella si applica, mica come la Locatelli, che passa le giornate a trombonare su tolleranza zero, dagli al negro e prima i comaschi e poi vedi in giro certi bivacchi di disperati che sembra di essere al Cara di Mineo. E quanto è bravo e quanto è sveglio e quanto è affidabile ma che ci sta a fare in una compagnia del genere e non se lo meritano e se lo tengano stretto e non se lo lascino scappare e bla bla bla.

E in effetti il soggetto, in un paio di occasioni minime ma delicate, ha dato prova di essere uomo di governo con due palle così. La prima. All’Asilo Sant’Elia mesi fa si rompe il meccanismo che fa scendere le tende a protezione delle vetrate. Morale: il sole le infiamma, la temperatura interna supera regolarmente i trenta gradi, i bambini soffocano, le maestre sono costrette a incollare sui vetri disegni, stoffe e cartoni per ripararsi dal sole.

Il problema però non si risolve: viene ridotto l’abbagliamento, ma non il calore nelle aule e nel refettorio e, in più, si complica l’apertura delle finestre per il ricambio dell’aria. Costo dei lavori di riparazione: ben diecimila euro. Roba forte. È a questo punto che interviene, con piglio decisionista, l’assessore che, dopo rapido, energico e proficuo sopralluogo, rilascia a “La Provincia” parole dure, parole definitive, parole come pietre: “La questione è nota”. E già qui ci si sente tutti sollevati. I nostri figli sono al sicuro, nessuno potrà attentare alla loro salute visto che Bella vigila su di loro. Ma non solo, perché, non essendo un demagogo da strapazzo, lui spiega, motiva, determina: “C’è un vincolo monumentale, anche le tende devono rispettare determinati requisiti”. E una volta scolpito questo aforisma, dell’assessore e dei suoi sagaci collaboratori si sono perse le tracce. Statisti.

La seconda. Il lungolago. Le grate del lungolago. Le inutili e degradate grate del lungolago più bello d’Italia che separano la ex passeggiata degli “Amici di Como” - quando la gestivano loro era perfetta, adesso fa schifo: fatevi un giro e poi ci dite - dal marciapiede in porfido. Dovevano essere rimosse due anni fa, ma sono ancora lì. Però l’assessore in questo caso ha dovuto scontrarsi con un ostacolo gigantesco, mostruoso, invalicabile. Un cavo. Un cavo elettrico. Un cavo elettrico volante attaccato agli alberi di cui nessuno sa nulla e di cui nessuno conosce la proprietà, ma che ha tenuto tutto fermo per ventiquattro mesi. D’altronde - e non fatevi ingannare delle facili ironie che serpeggiano nei bar: “La giunta s’attacca al cavo!”, “Bella, mo so’ cavi tuoi!”, “Assessore, attaccati a ‘sto cavo!”… - rimuovere un cavo è un problema. È un grande problema. È un problema devastante, tecnicamente complicatissimo, ma come si fa, chi ne è capace, chi può maneggiare una materia così esplosiva, quali gli effetti collaterali, quali i rischi per la popolazione, gli anziani, le puerpere, gli ipertesi, gli afflitti da ingrossamento della prostata?

Un paio di notti fa, però, giusto dopo la denuncia del nostro giornale - ma guarda un po’ - il cavo è misteriosamente sparito. Tutto risolto, allora? Ma proprio per niente. Le grate restano e non si possono togliere perché è sorto un altro impedimento esiziale. Le fioriere. E beh, hai detto niente. E come si fa senza fioriere? È’ stato sempre il tetragono Bella a pronunciare il discorso alla Nazione: “Non si possono rimuovere le grate senza mettere in sicurezza il piccolo fossato che corre parallelo al lungolago”. Panico. Terrore. Avvilimento. “Pensiamo di potervi inserire delle fioriere o delle piante ornamentali o una siepe verde per riempire quel vuoto e impedire così che qualcuno si faccia male”. Che saggezza, che temperanza, che continenza. E sulle date, la chiosa pedagogica e finale: “Sui tempi esatti non posso esprimermi”. Un gigante.

Eh sì. È bello sapere che i nostri governanti sagittabondi lavorano per noi ed è bello vedere all’opera la sana efficienza lombarda, questa capacità tutta comasca di andare subito al nodo delle faccende, al succo delle questioni, di essere abili, rapidi e pragmatici. Ed è ancor più bello che su questo simposio di nobel vigili il sindaco, che quando è il momento di dettare l’agenda delle priorità e regalare momenti di spasso ai cittadini non prende lezioni da nessuno. La sua ultima idea di spostare il municipio in Ticosa, ad esempio, oltre ad essere stata accolta con grande ilarità in redazione, è già diventata un cult nelle migliori fiaschetterie del centro, dove ormai, al terzo giro di bianchi sporchi, parte inesorabile il tormentone: “La sai l’ultima di Landriscina?”.

Ma, soprattutto, ha innescato nei migliori cervelli della città una serie di proposte collaterali sul futuro della Ticosa: museo multimediale sulla leggenda del Lariosauro, dell’oro di Dongo e dei tempi di Carlo Codega; palazzetto attrezzato per i campionati europei di Ruzzola Piemontese; piazza d’armi per il sabato sovranista nella quale la meglio gioventù comasca possa addestrarsi per difendere i sacri confini da francesi, tedeschi, negri, lecchesi, ticinesi e altra gentaglia del genere; piazzola di atterraggio per le navicelle spaziali dei rettiliani. Che se poi magari atterrano per davvero e si portano via mezza giunta, forse ci scappa pure la cittadinanza onoraria.

@DiegoMinonzio

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