Da questi particolari

si giudica una città

Da questi particolari  si giudica una città

Come canta Francesco De Gregori ne “La leva calcistica del ‘68”: “Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore”, Nino un ragazzo che sentiva tutto il peso di chi deve tirare un calcio di rigore.

E forse “non è mica da questi particolari” (al contrario di quelli desolanti delle grate sul lungolago qui accanto) di una promozione calcistica dalla serie D alla serie C che si giudica un città. Se si pensa a Como, però, e a tutti i calci di rigori falliti negli ultimi anni fuori dal campo di calcio, occasioni mancate per incapacità di coglierle e di remare tutti dalla stessa parte, forse anche un salto di categoria della squadra cittadina può servire. Meglio di niente, del niente che c’è in giro. Si sa i colori azzurri sono mai stati amati abbastanza da una buona parte dei comaschi che, proprio perché tali, per la loro natura aliena e un po’ ostile ai clamori e all’ostentazione, hanno convissuto in maniera sofferta con la società di viale Sinigaglia, con quello stadio che mina ogni due settimana la tranquillità della domenica.

La storia di questo salto di categoria i cui artefici, come è già accaduto in passato, c’entrano poco con la città, è costruita sulla lotta, sulla contrapposizione, spesso certo deprecabile e da condannare. Quante volte abbiamo scosso la testa di fronti a certi atteggiamenti in panchina e tribuna di alcuni tecnici azzurri? Ma questa, a pensarci bene e senza voler giustificare nessun eccesso, è una caratteristica di chi, forse anche per una strategia studiata ad arte, fa il gioco del perseguitato da destini cinici e bari, accerchiato dai nemici, intossicato da veleni. E può trarre anche da lì la forza di farcela e la volontà di emergere.

Forse si potrebbe auspicare una similitudine tra questa avventura della squadra azzurra e la città. Quante volte ci siamo lamentati della nostra incapacità di emergere in tanti campi perché trascurati, dimenticati e circondati da vicini potenti, furbi e spregiudicati che si prendevano quelle opportunità che noi non siamo stati capaci di cogliere?

Ecco, Como dovrebbe prendere esempio dalla voglia e dalla rabbia di questa squadra. Almeno delle voglie e rabbie sane. Se il calcio non è uno sport da signorine neppure può esserlo il cimento per costruire il futuro che meritiamo.

Ecco perché Como, al di là dei penalty falliti dalla città, dovrebbe benedire e prendere esempio da questa piccola grande impresa calcistica. Anche perché “promozione” è un termine che lega non solo dal punto di vista linguistico la squadra e la città.

Se il calcio Como ha trovato una nuova proprietà che sembra avere una strategia a 360 gradi che esce dal pallone in senso stretto, è soprattutto per l’immagine della città e del territorio. Del famoso “brend” che differenzia Como da tante realtà simili a non lontane e vicine ma certo non così apprezzate e pubblicizzate nel mondo. Un tesoro da non dilapidare di cui non ci rendiamo conto. Ci vogliono quelli che arrivano da fuori, come per il Calcio Como, per farcelo capire.

Questa risorsa non può essere un altro calcio di rigore da calciare in curva. Non ci sarebbe più la rivincita. Ecco perché una città si può anche giudicare dal particolare di una promozione. Ammesso che sappia schierare, anche fuori dal campo, giocatori all’altezza.

E questo è un problema. Perché il Como che ha vinto sul campo è stato costruito attraverso la selezione degli elementi migliori per la categoria. Ce ne sarebbero anche in città.Però magari adesso, per volontà propria o altrui sono finiti in panchina.

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Francesco Angelini Capo redattore centrale

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