Democrazia diretta,  incompetenti al comando

Democrazia diretta,

incompetenti al comando

Lenin è un personaggio da rivalutare. Non certo per l’ideologia della quale è stato formidabile protagonista - il comunismo, quello vero, è morto e sepolto, con buona pace di tutti i tromboni anticomunisti, così come il fascismo, quello vero, è morto e sepolto, con buona pace di tutti i tromboni antifascisti - quanto invece per la vitalissima teoria delle avanguardie rivoluzionarie e della centralità delle élite nel cammino della storia.

Diciamoci la verità, aveva ragione lui. Ora, lasciamo perdere tutto quello che di mostruoso ha creato quella filosofia nel corso del Novecento e non soffermiamoci sui risvolti caricaturali di cui ha impregnato una stagione della società italiana, che solo a ricordare certi ceffi, certi fanfaroni e certe parole d’ordine della sinistra sessantottarda ci si regala momenti di autentico spasso. Concentriamoci invece sulla convinzione che i processi, le dinamiche, le strategie e le visioni siano sempre frutto delle menti dei più intelligenti, dei più capaci, dei più tenaci. Insomma, dei migliori. E su quanto questo filo concettuale sia l’unica vera arma di difesa contro l’insopportabile retorica dell’uno vale uno, del siamo tutti uguali, dell’interlocuzione senza mediazioni che renderà finalmente democratica, paritaria ed egualitaria la vita delle persone, visto che tutti possono fare tutto, ogni cosa può essere svolta da chiunque e, soprattutto, si decide tutti insieme. Non è questo forse il decalogo della mirabolante democrazia diretta? Non è questo di cui si sproloquia e si strologa e si starnazza mane e sera su tutti i media, specialmente quelli social, ma anche sugli altri mica si scherza, visto che noi pennivendoli appena impariamo una parola nuova guai se non la si infila pure in un pezzo sul rugby femminile?

Bene, la democrazia diretta è una cagata pazzesca. Una cialtronata, una buffonata, una fanfaronata che sottende non il massimo di democrazia, ma il massimo di demagogia e di autoritarismo. È il classico amo su cui si impigliano i boccaloni. Un’arma infida per gli sprovveduti, i sempliciotti, i Calandrini ai quali si fa credere di poter essere finalmente protagonisti della stanza dei bottoni, mentre invece comandano sempre i (nuovi) maiali di Orwell. È il gioco di società di questa fetida estate duemiladiciotto: attaccare su per i piedi le élite ai lampioni del piazzale Loreto digitale. E le élite di qua e le élite di là e quelli della torre d’avorio e quelli della casta e quelli delle terrazze e i radical chic e gli snob e i figli di papà e gli amici degli amici e tutta quella retorica per la quale è naturalmente sempre colpa di qualcun altro - in questo, guarda un po’, del tutto coerente con la retorica veterosinistrorsa - e dei poteri forti e della Trilaterale e delle multinazionali e del complotto demoplutogiudaicomassonico e bla bla bla. E così, di retorica in retorica, basta spazzare via tutta questa sovrastruttura dittatoriale e intermediata e ridare tutto il potere al popolo (ma non è pure questo uno slogan di paleosinistra?) perché tutto torni a risplendere di luce primigenia, perché è nel popolo la vera saggezza, nel popolo la vera sapienza, nel popolo la vera sobrietà dei gesti, degli usi e dei costumi, la vera radice di ogni terra, di ogni identità, di ogni idem sentire e via tromboneggiando.

E invece è l’esatto contrario. Perché quel popolo lì non ha niente a che vedere con la sana comunità di individui liberi e pensanti legati da fede, storia e tradizioni, ma è invece massa indistinta, bue senza testa, plebe e plebaglia che rappresenta strutturalmente la base di ogni totalitarismo e di ogni masaniellismo ed è elemento ricorrente nella storia dell’uomo. Basterebbe rileggere le memorabili pagine dell’assalto ai forni dei “Promessi sposi” o quelle sulla regressione allo stato animalesco degli studenti abbandonati a se stessi de “Il signore delle mosche”. Non c’è alcuna saggezza nella massa amorfa e standardizzata, ma il suo contrario, il richiamo della foresta, la dittatura del qualunquismo, l’apogeo della panza, della Suburra, della canaglia. Il trionfo dell’incompetenza. Ecco il punto. L’incompetenza. L’incompetenza è il male, non lo stato virginale che millantano gli aruspici del tutti possono fare tutto. Chiunque di noi, di fronte a una questione che non conosce, ha la stessa reazione di un bambino ed è per questo che è giusto che non sia lui, ma un competente, a decidere. Pensiamoci un attimo. Noi quale riflessione ponderata e autorevole potremmo produrre, ad esempio, sulla componentistica del carburatore del Garelli, la seconda legge della termodinamica, la metrica della poesia persiana del tardo Seicento, la ricetta originale del nyembwe del Gabon, le rivendicazioni sindacali degli acquafrescai, le tredici prese del bridge, i segreti ancestrali del punto G? Nessuna. Il nostro livello di interlocuzione non potrebbe che partire da un classico “mah”, “boh”, “d’altra parte è così”, per scivolare poi verso un rancoroso “avranno deciso quelli là” o “lorsignori hanno sempre ragione” e per svaccare infine su un albertosordiano “è tutto un magna magna”, “il più pulito c’ha la rogna” e “qui il primo che si alza comanda”. Ecco, trasferite tutto questo in Parlamento e vedete un po’ l’effetto che fa.

Il punto è che ci vorrebbero, soprattutto ora, più élite, non meno. Certo, ben selezionate, colte, rigorose e trasparenti - che quelle vecchie sono state beccate a mangiarsi pure le gambe del tavolo - figlie di un processo di formazione aperto a tutti - a tutti! - e di un controllo continuo che le giudichi e le sostituisca. Ma che non le elimini mai. Non dimentichiamoci che anche lo Spirito Santo quando decide chi sarà il nuovo Papa indica sempre il migliore dei cardinali, non il peggiore, e che duemila anni fa la democrazia diretta, quando ha dovuto scegliere tra Barabba e quell’altro, ha scelto Barabba. Fidatevi della storia. Quando trovate qualcuno che si appella alle masse, iniziate ad aver paura.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio

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