Dieci anni fa Calciopoli

La rivoluzione divenne farsa

Più o meno è andata come ai tempi del militare, quando dopo venti secondi dall’inizio del filmetto scollacciato, in piccionaia si alzava il solito buontempone a urlare: “Regista, troppa trama!!!”.

Avevano tentato proprio di tutto per consegnare un senso di sacralità, di tragedia da ultimi giorni dell’impero al superprocesso su Calciopoli – i maxischermi, l’assise austera e compresa nel ruolo, gli stuoli di indagati vip e di principi del foro da mille euro l’ora, la sterminata sala stampa all’interno dello Stadio Olimpico ricolma di giornalistoni di ogni razza, censo e costume, ma poi appena il malcapitato presidente della Corte ha iniziato a bofonchiare su eccezioni, procedure e procedimenti di nullità, dalla platea degli scribacchini è echeggiato l’inesorabile richiamo della foresta: “Uff, che palle, ma quand’è che schiaffano la Juve in serie B?”. Fine dell’evento. Da quel momento, da quel momento preciso, erano forse passati venti minuti dall’inizio dell’udienza, la straordinarietà del giorno in cui si sarebbe fatta la storia, di quella mattina del 3 luglio 2006 – esattamente dieci anni fa, quando chi scrive questo pezzo faceva l’inviato e, quindi, faceva ancora il giornalista - che avrebbe cambiato per sempre i destini del pallone e che i tifosi antijuventini da settimane stavano coccolando con gioia infantile e sanguinaria pensando alle notti d’inverno in cui avrebbero raccontato ai nipotini che quel giorno – il giorno della vendetta, il giorno della nemesi, quello in cui il babau era finito al rogo e loro sarebbero così tornati a vincere - sì, quel giorno, c’erano anche loro, è subito trascolorato nel grottesco. Tanto è vero che quando un’improbabile inviata del Tg1 ha tentato un parallelo tra l’aula bunker dei maxiprocessi alla mafia degli anni Ottanta e la sfilata di inquisiti celebri di Moggiopoli è venuto giù l’Olimpico dalle risate. E poi dicono che uno fa l’abbonamento a Sky…

Ora, l’unico consiglio da dare ai lettori per salvaguardare la propria salute mentale è quella di non farsi infinocchiare – neppure ora, a un decennio di distanza – dai servizioni sullo stile inviato speciale dal Mekong o dalle barbosissime articolesse sugli inconfessabili retroscena dello scandalo del secolo o anche dagli elzeviri indignati di qualche catone della corporazione che in quei giorni tempestosi – dopo un evidente passaggio in fiaschetteria – divulgava alle folle sentenze inappellabili “perché tanto, caro te, qui è già tutto deciso!”. E sapete perché? Perché – e questa sì che è una notizia clamorosa, anche se a dire la verità chi frequenta l’ambiente già l’aveva intuita da tempo – i giornalisti sportivi di tutta quella intricata faccenda di norme, pandette e codicilli non ci avevano capito una mazza. E infatti uno degli spettacoli più spassosi cui si è potuto assistere sbirciando tra le scrivanie dell’Olimpico è stato proprio quello dell’esegesi dello spirito e della lettera del codice di giustizia sportiva tentata dagli addetti ai lavori. Ragazzi, sembrava di essere al Bar della Pesa. Articoli 1 e articoli 6 che volavano. Articoli 9 e articoli 3227 che piroettavano. E poi il mitico articolo 2, che in quella sede era un po’ diventato come la Recherche – quella che nessuno ha letto, ma che tutti citano - e illeciti e slealtà e serie B e serie C e quello che lui se li ricorda Trinca e Cruciani e quello che suo cugino lo sapeva della valigetta di Maldonado e quell’altro che a voi ve la raccontano della pastetta con il Camerun che ora parlo io, che sono uomo di diritto sportivo con due palle così.

Insomma, un tale casino da notte prima degli esami che alla fine, alla faccia dei tremila megaschermi posizionati nello stanzone della curva nord, uno chiedeva all’altro se quello era l’avvocato della Reggina e l’altro rimandava al vicino di banco che invece era forse il consulente del Siena mentre intanto dietro – in piena sindrome da Corazzata Potemkin - già dilagava la voce che in realtà fosse lo chef di Meani o il tricologo di Rodomonti e che da giovane De Santis, prima di vendersi alla Piovra, fosse stato azzurro di sci e avesse pure segnato per la Juve un gol di testa su calcio d’angolo. E così alla fine, come sempre quando la realtà si presenta con caratteristiche troppo complesse per la testolina dei giornalisti specializzati, questi avevano intuito che forse l’aura sacrale del redde rationem giacobino non era roba per loro, optando quindi per svaccare velocemente verso il baretto interno dove, al terzo spritz, avevano poi concordato all’unanimità sul dogma che i direttori dei giornali sono dei gran buffoni amici degli amici e che, in fondo, è tutto un magna magna…

Parole sante per ricordare che se la corporazione non eccelle per competenza e preparazione giuridica viene pur sempre salvata dalla correttezza deontologica e dall’approccio gelidamente anglosassone alla materia. In quei giorni, in sala stampa, si sono viste cose che voi appassionati di rugby non potete neanche immaginarvi: cronistoni di celebri testate nordiche che vedano un po’ di non romperci le palle che la nostra Juve non deve retrocedere, squadriglie di dietrologissimi cronisti romani che a quelli là non gli devono restare neanche gli occhi per piangere, i milanesi divisi perpendicolarmente a metà: i fegatosi giustizialisti nerazzurri, che adesso ci devono ridare nove scudetti, e i coperchioni insabbiatori rossoneri, che figurati se il povero Galliani poteva sapere qualcosa di tutta questa schifezza. Senza dimenticare un curioso figuro che a un certo punto, all’uscita dalla tribuna Monte Mario, si è messo a zerbinare sotto le suole di un avvocatone “che grazie a questo, ragazzi, si torna in serie A!!”.

Da non sottovalutare poi, mentre il processo scompariva dagli schermi per entrare nel regno del mistero da cui sarebbe poi ripiombato, toccando vertici assoluti di avanspettacolo, nelle settimane successive, alcune chicche professionali di valore europeo. Quelli che pur di farsi vedere dalla mamma in tv (visto che un giornalista della carta stampata se non va in televisione è un fallito) non hanno mollato la sedia in prima fila neanche per un secondo, assumendo quell’espressione corrucciata tipo “mi si nota di più se mi faccio riprendere mentre m’infervoro sul notes o se fingo di telefonare al caporedattore?”. Quelli che per tutto il giorno si sono detti che Moggi e Giraudo saranno pure dei margnaffoni, e va bene, ma, insomma, quando caspita arriva il buffet? Quelli che, vada come vada, tanto è pur sempre Berlusconi il vero delinquente della faccenda. E, infine, gli autorevoli inviati degli autorevolissimi giornali stranieri, che si aggiravano per lo stadio un po’ come un astronauta appena sbarcato su Saturno: c’era l’inglese che raccontava in patria di quanto questi italiani mandolino baffo nero siano sempre così pittoreschi, la parigina che secondo lei siamo pur sempre il paese dei maccheroni, il gringo della Cnn che si domandava se alla fine li avrebbero mandati tutti quanti ad arrostire sulla sedia elettrica, un inviato speciale tedesco che era partito ben concentrato sullo schifo del calcio italiano spaghettaro e doppiogiochista, ma che poi è stato beccato a sbavare su una cronista morettona con trasporto più consono a un bagnino di Cesenatico che a un granatiere della Vestfalia… E poi gli avvocati. Gli avvocati di Calciopoli a vederli in faccia erano veramente una roba incredibile. Soprattutto, perché al grado di nobiltà e di potere di ogni imputato corrispondeva un tipo umano di legale – dal barone cipiglioso del Quadrilatero al passacarte ingobbito di Aci Trezza – e , quindi, un differente anello della catena biologica. Quelli delle nobili e ricchissime società del nord si distinguevano per il trionfo di ciuffi impomatati, di grisaglie da via Montenapo, di gemelli d’oro e di ficus simbolo del potere e poltrone in pelle umana, oltre ad avere la prima fila riservata già da Natale.

Da Seneca al latinorum

Tra i colleghi delle squadre di seconda fascia iniziavano invece a comparire le prime timide pelate, a far capolino qualche camicia stropicciata mentre la retorica tendeva a pencolare pericolosamente dall’aureo Seneca al latinorum da strapazzo delle scuole serali. Per poi sbracare inesorabilmente con le società di serie B e gli arbitri di terzo livello, che a difenderli sono spuntati fuori certi sarchiaponi con dei cognomi da romanzo di Gadda, certi faccioni rubizzi, certe chiazze di forfora e poi certe cravatte - Dio, che cravatte! – che quando un tale, tentando di darsi un tono, si è messo a sbraitare che quella era una vergogna sembrava Alberto Sordi nel ruolo del fruttarolo che si ribella all’obbligo sociale delle vacanze intelligenti. E anche la postura dei principi del foro via via digradava passando dalla prima fila verso il fondo: tesi e impettiti di fronte alla corte, comodamente seduti in seconda fila, stravaccati e sbadiglianti in terza, fino al campo profughi vicino alle uscite, dove ne è stato beccato uno che si scaccolava in diretta con la stessa ferocia di un liceale durante l’ora di religione e una sciantosa rosso mogano che si è fatta scivolare la chioma sulla scrivania con fare pensoso, ma solo per nasconderci il telefonino col quale ordinava un cappuccio al bar. Senza contare la strategia da croce verde dei legali della Juventus, che per giorni e giorni avevano sbandierato ai quattro venti che avrebbero venduto cara la pelle, fatto fuoco e fiamme, chiesto i danni alla Caf, difeso la A a costo di andare fino al Tar della Ciociaria ma poi, probabilmente stramazzati sotto la gragnuola di addebiti contestatigli dallo spietato procuratore federale o forse perché era così che avevano deciso e quindi quella era solo la loro parte in commedia, hanno finito con il convenire sommessamente che, tutto sommato, per loro andava bene pure la serie B e che anche la mega penalizzazione era stata talmente gradita che ci è mancato un pelo che, contenti come una Pasqua per la retrocessione, pagassero pure un giro di bianchi a tutta la Corte federale.

Nè la tempra né l’orgoglio

È così che è andata. Questa è stata la cosiddetta rivoluzione di Calciopoli, questa e nient’altro, visto che il nostro paese non ha né la tempra, né l’orgoglio e ancor meno la serietà per sostenere una rivoluzione, ma solo l’opportunismo e la vigliaccheria per accodarsi a una rivolta di palazzo. I cari moralisti pallonari si rassegnino a dismettere i panni dell’archimandrita del convento pallonaro e, dopo aver ringraziato sant’Ambrogio per la grazia ricevuta e le carrierone gonfiate dall’onda giustizialista, si rendano conto di qual è la verità di quella faccenda. Quello lì era tutto e solo un gran marciume e così è ancora né cambia stile: nel mondo dei cialtroni sono sempre i cialtroni quelli destinati a farla franca.

d.minonzio@laprovincia.it
@DiegoMinonzio

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