Expo: “la fine” o “continua”

dipende solo da noi

La fine. Oppure “continua”. Expo ieri ha terminato il suo percorso con una festa intensa e spettacolare, che ha saputo toccare le corde più profonde del pubblico.

Non è solo questione di sfumature, fuochi artificiali e altre trovate ingegnose: c’è una fiamma riaccesa, che può essere più potente di quelle che hanno colorato il cielo ieri. E lo sarà, solo se verrà alimentata.

Passati i sei mesi di crescendo, passata la festa, resta sì l’orgoglio, ma soprattutto la responsabilità. Un discorso che vale per l’Italia e che coinvolge pure il territorio.

Sappiamo di più rispetto a ieri. Le parole sono del ministro Martina, ma vengono rapidamente condivise da ciascuno di coloro che hanno lavorato al successo dell’Esposizione universale e al tentativo di costruire la strada verso l’impegno di nutrire il pianeta e i popoli. Quando si ha la consapevolezza di aver imparato qualcosa, non ci si può fermare. E ancora, le parole di Beppe Sala confermano che bisogna evitare un’altra trappola: il senso della vittoria non dev’essere ciò che resta, se non come contributo ad andare avanti, una sorta di conforto psicologico se si vuole. Ciò che deve guidare, è invece qualcos’altro. Vale a dire, la consapevolezza di aver fatto bene il proprio dovere. E quindi poterlo rifare, o meglio di essere obbligati a ripeterlo, non si hanno più alibi. Hanno fatto il loro dovere, silenziosamente, le imprese e gli operai che hanno lavorato (e ieri un pensiero speciale è andato all’imprenditore Giorgio Peverelli, un expottimista nei fatti e nei padiglioni più belli firmati dalla sua azienda, scomparso recentemente), gli addetti, i volontari. Gli stessi visitatori che si sono comportati al meglio e hanno rispettato il sito di Expo.

Anche il Lario ha avvertito questa fiammata. Magari non sempre, non tutti, non allo stesso modo. Ha però la possibilità di dimostrare che fare squadra non gli è riuscito bene per un evento eccezionale, per caso, per fortuna. E lo può fare lavorando sempre più di più nel segno dell’unità (oltre il lago, c’è un territorio che forma la parola “eccellenza”), magari dando uno sguardo anche oltre i confini: il matrimonio futuro con Lecco dovrebbe rappresentare un ulteriore stimolo in questo senso. Se invece si lascerà cadere questa occasione, se si organizzeranno convegni e iniziative, ma non si investiranno risorse, economiche e umane, con la stessa determinazione, si rischierà di sentire presto il freddo delle divisioni. Non si riuscirà a compiere quel “salto in avanti” invocato dal presidente della Repubblica Mattarella.

Sono riflessioni udite nel dopo festa, quando l’emozione era ancora alta, e si faceva strada un pizzico di nostalgia. Nostalgia costruttiva, raccomandava Diana Bracco. Ma innegabile che si respirasse. Allora, è stato Filippo Arcioni, amministratore delegato di Sviluppo Como, a cercare di strappare di nuovo i sorrisi: «Mica finisce qui. Possiamo scrivere: continua, puntini puntini». In fondo, gli ultimi fuochi di Expo ci raccontano questo: che il vero finale può essere un altro. Ma lo possiamo scrivere soltanto noi, nei mesi che verranno.

m.lualdi@laprovincia.it

@MarilenaLualdi

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