Ezio Frigerio, il mago
del teatro scrive per noi

Oggi in Stendhal, la sezione culturale de La Provincia in edicola, troverete qualcosa di davvero straordinario: l’articolo con il quale Ezio Frigerio avvia ufficialmente la sua collaborazione con il giornale. Il proposito è di offrire ai lettori un appuntamento fisso, una volta al mese, l’ultima domenica del mese.

Al di là della programmazione editoriale, questo rappresenta per noi un motivo di grande orgoglio e di profonda soddisfazione.

Ezio Frigerio è in tutto il mondo sinonimo di arte scenografica al livello sommo: lo testimoniano i premi ricevuti ovunque e, soprattutto, un curriculum che fa girare la testa. Leggere anche un semplice elenco degli spettacoli che portano la sua firma è come fare il giro del mondo più volte senza mai fermarsi: se ne esce un po’ storditi ma con l’esaltazione di chi ha potuto intravedere una cultura davvero cosmopolita, tanto padrona della storia e della tradizione quanto insofferente ai confini, così come la vera cultura dovrebbe essere e, in realtà, è. Al suo fianco da tanti anni, la moglie Franca Squarciapino, costumista dalla carriera prestigiosissima, svolta spesso, ma non sempre, in parallelo con il marito, e impreziosita dal riconoscimento più iconico (e ingombrante) che si possa immaginare: il Premio Oscar.

Ezio Frigerio ha scelto La Provincia per raccontare le meraviglie (e il tanto lavoro) della sua carriera, costruita nei teatri (e sui set cinematografici) più importanti, da Milano a Parigi, da New York a Buenos Aires, da Madrid a Londra, al fianco di personaggi che della scena hanno fatto la storia (un elenco troppo lungo per proporlo al completo, ma come non fare almeno i nomi di Giorgio Strehler, Vittorio De Sica ed Eduardo De Filippo?)

L’aver pensato a La Provincia quale custode mensile di queste preziosissime testimonianze è frutto di una decisione motivata: Ezio Frigerio è nato a Erba e in Brianza ha scelto di vivere. La sua nascita e la sua formazione sono strettamente legate alla cultura – letteraria, popolare, anche industriale – di questi luoghi, così come i ricordi e gli affetti lo riconducono spesso a Como, dove frequentò, da riconosciuto allievo, lo studio di Mario Radice, tra i più grandi esponenti dell’astrattismo. «Dio mio quanto mi insegnasti!» ha scritto in una “lettera al maestro” pubblicata dal giornale nel luglio scorso: «Ricordo la prima lezione, non si parlò di pittura, ma di morale che un artista deve avere nel cuore prima ancora della tavolozza e dei colori».

Ora è Frigerio a impartire a noi la sua “lezione”, è lui che “insegna raccontando” e lo fa innanzitutto chiarendo con passione i contorni del mestiere di scenografo. Un’attività di creazione costruita su una profonda conoscenza della storia dell’arte e del teatro, delle tradizioni culturali dei quattro angoli del mondo, della letteratura e della poesia, ma anche su un’impagabile sapienza artigianale e, soprattutto, sulla voglia di osare, di rincorrere con coraggio una sfida dopo l’altra.

Nella foto più grande della doppia pagina che vi aspetta nel giornale vedrete le colonne realizzate per il “Lohengrin” messo in scena con Strehler alla Scala nel 1981: alte sedici metri, si muovevano silenziose sul palcoscenico in una coreografia stupefacente, unica, il risultato di una «follia», dice oggi Frigerio, ma certamente anche il prodotto di quel genio creativo che l’Italia non di rado ha saputo esportare. Frigerio, il genio, lo ha incarnato a teatro. Lui paragona la sua opera alla “magia”, all’abilità di un illusionista che lavora pensando in grande, ripagato dallo stupore del pubblico, felice nel sentire le signore ingioiellate e i signori incravattati mormorare tra loro: «Come avrà fatto?».

Ma forse proprio la sua terra ha trattenuto troppo quel che il mondo gli ha invece sempre riconosciuto, e questi articoli per La Provincia vogliono essere anche un proposito di riconnessione, di ritorno a casa tra amici che sanno apprezzare un lavoro ben fatto.

Nel raccontare delle sue scenografie, e dei protagonisti con cui le ha realizzate, Ezio Frigerio oggi si chiede: «Il nostro bel teatro d’ori e d’argento è morto?». Una domanda un po’ sgomenta, riferita a tempi gloriosi che, probabilmente, non potranno tornare, ma in fondo diretta a tutti noi, alla società scossa dai timori e provata dai vincoli diffusi dall’epidemia, che guarda alla cultura come speranza di rinascita, perché il sipario si alzi di nuovo, l’orchestra riprenda a suonare e la scenografia – magica, solenne, perfino “folle” – torni a essere lo specchio incantato di quella che ci piace chiamare civiltà. Frigerio ce ne offre più di un ricordo: nelle sue parole ci sono le voci, le storie e le luci di un modo di vivere eccellente che non possiamo né vogliamo rimuovere.

L’articolo di Ezio Frigerio ne La Provincia in edicola domenica 27 settembre

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