Giornalisti necessari  ma categoria indifendibile

Giornalisti necessari

ma categoria indifendibile

Quella dei giornalisti è una categoria indifendibile. E fra i suoi difetti più insopportabili - e al contempo spassosi - c’è quello di prendersi sempre sul serio. E che spocchia e che alterigia e che sicumera e che toni e che piglio e che occhi di bragia nello sventolare il bandierone della retorica nazionale sugli eroici cani da guardia della libertà, della democrazia e dell’antifascismo e impagina e spagina e titola e rititola e caffè e sigarette e camicie spiegazzate e suole delle scarpe consumate alla ricerca della notizia del giorno e dagli al potente, dagli al banchiere, dagli al palazzinaro, dagli al Don Rodrigo di turno che già trema, però, perché ne ferisce più la penna della spada e bla bla bla...

L’ultimo assist per lanciarci tutti insieme appassionatamente nella difesa della casta più casta che c’è lo ha fornito una coppia di statisti di valore europeo come Di Maio&Di Battista che, come noto, dopo l’assoluzione del sindaco di Roma dall’accusa di falso in atto pubblico ha attaccato i giornalisti, definendoli “infimi sciacalli”, “puttane” e “pennivendoli”. Apriti cielo. È passato un nanosecondo ed è partito il Circo Medrano. Come se poi fosse una cosa nuova e come se non fosse mai accaduto. E invece, un esempio fra tutti, visto che non c’è nulla di più inedito del già edito, le stesse identiche parole le aveva pronunciate, nell’apogeo del suo trionfo calcistico, Josè Mourinho, quando ci aveva apostrofati con il sublime aforisma “a me non piace la prostituzione intellettuale”. È vero che qui siamo parlando di un genio della comunicazione, mica di due scappati di casa che litigano con congiuntivi e condizionali, però il succo è lo stesso.

E non è che avesse poi così torto. Perché se è vero che in ogni giornale, radio e televisione ci sono tanti validi professionisti, alcuni bravissimi - e questo vale anche per noi, che nel nostro piccolo possiamo contare pure su un paio di fenomeni - non sono purtroppo loro quelli che dettano l’agenda della categoria e ne delineano il profilo complessivo, che richiama invece molto più quello del sarchiapone da macchinetta del caffè che quello del funambolo alla Nutrizio o alla Malaparte. Ma vogliamo davvero parlare di quale e quanto conformismo alberghi in un settore miracolato, fino a pochi anni fa, dal monopolio e da sempre connaturato e connesso e determinato dalla politica, dalla finanza, dal consociativismo relazionale? Dei tanti editori impuri, di un contratto di lavoro consono all’Italia del Seicento, del servilismo, del cerchiobottismo, del fanfaronismo, dell’analfabetismo, del paraculismo che si annidano tra le pagine, magari accanto agli ottimi servizi di ottimi colleghi? E di quanto spesso, proprio per questo motivo, i giornali non capiscano una mazza dell’emergere dei nuovi fenomeni politici e sociali - la Lega, Berlusconi, i 5Stelle, Trump, la Brexit, la globalizzazione e mille altre cose - perché sempre e comunque avvoltolati in se stessi e nelle loro impermeabili, pigrissime convinzioni, nella loro cultura politica tutta pendente dalla stessa parte – chissà quale… - nelle loro relazioni pelose, nelle loro rendite di posizione ben umettate e invaselinate in filiere di potere che in moltissimi casi - la Rai ne è metafora eclatante - determinano carriere e assunzioni?

E invece di riflettere con umiltà sui mali atavici della professione che sono alla base del discredito che ne mina la credibilità e agire di conseguenza per far sì che siano i giornalisti veri a emergere e possano svolgere il loro lavoro finalmente liberi dalle pastoie dei familismi amorali, noi pulitzer, noi feluche, noi cervelloni non sappiamo far altro che blaterare e concionare e sventolare i nostri ridicoli tesserini dell’Ordine - la cui esistenza rappresenta uno dei più insondabili misteri di Fatima - e girotondare e catoneggiare e salmodiare e trombonare sui massimi sistemi e sull’immanente pericolo fascista. Tutto vero.

Ma detto questo - detto questo! - così che si capisca cosa pensa chi scrive questo pezzo della sua categoria e, soprattutto, di se stesso, ci sono un paio di cose da chiarire. Innanzitutto, non esiste informazione senza giornalisti. Non esiste notizia non intermediata da professionisti capaci di scegliere, decidere, separare il grano dal loglio. Se lo fanno bene o male lo giudicheranno i lettori o, eventualmente, il codice civile e quello penale. Punto. Non esiste alcuna democrazia che si basi sull’informazione diretta, spontanea, sorgiva dai social e dal cittadino comune. Se non c’è lo specialista, al suo posto non spunta il paradiso terrestre della Verità, questa è una buffonata che ci vendono i bibitari da strapazzo. Se non c’è il giornalista, c’è solo la canaglia, la suburra, il popolo bue che rutta, evacua e straparla di cose che non conosce. Guai a chi tocca il giornalista. Magari non tanti di noi, ma mai il giornalista in quanto tale. In seconda battuta, è intollerabile, oltre che ridicola, la chiamata di correo per tutti i colleghi e la divisione tra quelli “liberi” e quelli “servi” impartita, tra l’altro, dal sito più illiberale di tutti e cioè quello dei 5Stelle. Esistono i singoli giornalisti e per quanto cialtroni noi si possa essere, non esiste che venga a farci la lezione con il ditino alzato una combriccola di sopracciò, di quaquaraquà e di miracolati della classe politica più squalificata del dopoguerra.

Infine, un modesto consiglio a chiunque sentisse l’esigenza di definire, per qualsivoglia motivo, i giornalisti de “La Provincia” “infimi sciacalli”, “puttane” e “pennivendoli”. Invece di schiumare frustrazione dalle tastiere di casa, non bisogna far altro che presentarsi in redazione - Como, via De Simoni 6, 031 582364 per appuntamento - così che il direttore li possa accogliere con la massima cortesia, ascoltare le loro considerazioni viso a viso e poi - visto che non è un fighetto comasco, ma un bifolco venuto giù con la piena dell’Adda - con un pizzico di cortesia in meno accompagnarli all’uscita a calci in culo.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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