I giornalisti, l’ultimo  argine alle falsità

I giornalisti, l’ultimo

argine alle falsità

Non siamo esenti da errori. Anzi. Il giornalismo si è sicuramente macchiato di errori (spesso), sciocchezze (a volte) e pure di qualche pagina vergognosa (molto più raramente). Se già negli anni Ottanta Giorgio Gaber cantava “Io se fossi Dio / maledirei davvero i giornalisti e specialmente tutti / che certamente non son brave persone”, una ragione per meritarci la diffidenza degli altri evidentemente ci sarà.
Nonostante questo, con tutti i nostri limiti, “la scomparsa dei fogli e della stampa sarebbe una follia”, come cantava ancora lo stesso Gaber. Lo diceva in un’epoca in cui facebook e whatsapp non esistevano. E se già allora il ruolo di professionisti dell’informazione era percepito come indispensabile, oggi lo è ancora di più.

Nei giorni scorsi abbiamo dato conto di una storia che la dice lunga da un lato sulla credibilità delle denunce virali via social, dall’altro sull’attuale momento in cui la percezione di insicurezza è infinitamente ed esponenzialmente più alta dell’insicurezza stessa.

Il Primo Maggio un bimbo di due anni e mezzo pedalava sulla sua bicicletta. I suoi genitori lo seguivano a una cinquantina di metri. A un certo punto un’auto con due uomini a bordo si è fermata accanto al bambino e, dopo pochi istanti, è ripartita. Via whatsapp è partito questo allarme: «Mi permetto di utilizzare questo gruppo per informarvi di un fatto gravissimo accaduto ieri. Una macchina si è fermata a chiedere ad un bimbo piccolo che stava andando in bicicletta, se saliva in auto con loro. Il bimbo ha risposto di no e fortunatamente i suoi genitori erano a circa 50 metri da lui. Credo sia importante alzare la guardia da parte di tutti noi e magari farei girare il messaggio tramite i canali che abbiamo».

La mattina successiva i genitori del bambino hanno presentato una denuncia ai carabinieri, per rappresentare quanto successo. E per fortuna, visto che i carabinieri il pomeriggio stesso hanno avuto la possibilità di ricostruire quanto accaduto veramente con i presunti adescatori. Nessun tentativo di rapimento, tutt’altro: si trattava di un gesto di attenzione verso un bambino che, in quel momento, sembrava in giro da solo.

Questo il loro racconto: abbiamo visto quel bimbo piccolo e ci siamo preoccupati perché non c’erano adulti con lui. Ci siamo fermati per chiedergli se era da solo e dove fossero i suoi genitori. Lui ce li ha indicati: erano più indietro. Sincerati che fosse tutto a posto, a quel punto ce ne siamo andati.

Un evento positivo (la preoccupazione verso un bambino apparentemente solo) visto con gli occhi dell’attuale cultura del pericolo (e dell’odio) si trasforma in un evento negativo e pericoloso e diventa un allarme incontrollato (lunga vita ai social?) rilanciato a tutte le mamme e i papà.

Di casi simili ne abbiamo visti a centinaia. Un paio tra gli esempi più eclatanti: «Ci sono persone sospettate di sequestrare bambini, hanno sedativi, narcotizzanti, farmaci per le iniezioni, spray, cotone e piccoli asciugamani» recitava una catena via whatsapp qualche anno fa. Ma la più bella era quella degli utenti dei negozi cinesi narcotizzati: «La cosa è capitata ad un’amica di famiglia. Entra da sola in un negozio di cinesi (il marito stava finendo la sigaretta di fuori), quando il marito entra pochissimi minuti dopo gli dicono “non è entrata nessuna ragazza qui dentro”. Chiama il 113, rientrato coi militari i carabinieri perquisiscono il negozio entrano nel piano di sotto e trovano questa giovane donna coi capelli già rasati e narcotizzata in stato di incoscienza; l’avrebbero portata via di lì a poco. C’è stato l’arresto di questi esseri immondi ovviamente».

Di fronte a tutto ciò ci scuserete se continuiamo a preferire vecchio e più sano giornalismo. Che, nonostante i suoi errori, i suoi eccessi, i suoi esempi negativi, resta ancora oggi l’unico argine alle falsità diffuse a piene mani senza lo straccio di una verifica.


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