Il ballo del governo
lo conduce il rissoso Pd

Visto che i programmi in politica sono più effimeri di quelli della tv generalista e che più passa il tempo più il consenso del movimento Cinque Stelle si assottiglia (vedi anche alla voce Molise), l’ipotesi fino ieri appartenente al campo della fantapolitica di un governo tra i post grillini e il post Pd renziano potrebbe anche diventare realtà. Difficile perché i conti si fanno in Parlamento dove la disciplina di un partito che più indisciplinato non c’è come quello dei dem conta quasi zero e i numeri sono quelli che sono. Però… Però innanzitutto il partito di Martina, al di là della batosta elettorale, resta il secondo più votato dagli italiani, davanti sia pure di poco, a quella di Lega di Salvini che dal 4 marzo a oggi è passata sotto qualunque arco di trionfo che sia capitato di incontrare. E poi c’è un precedente che pochi sembrano ricordare. Cinque anni fa, nella medesima situazione di oggi, con elezioni senza vincitori ma rapporti di forza invertiti tra i due partiti, erano stati proprio i democratici a cercare di formare un governo con il M5S. Prima con la scelta di presidenti delle Camere, Boldrini e Grasso, non sgraditi agli allora grillini, quindi attraverso quel lunare incontro in diretta streaming che soffocò in culla un’intesa che avrebbe dato all’Italia l’esecutivo più laico di sempre. Certo, era un altro Pd, quello di Bersani molto diverso dal successivo. Ma sempre lo stesso partito. E poi, questa volta, l’operazione sui vertici delle Camere l’hanno fatta i Cinque Stelle con il centrodestra. Nel frattempo però è passata un po’ di acqua sotto i ponti che sembra aver portato via l’ipotesi di un governo coerente con l’intesa sulle presidenze. A Di Maio, del resto, i suoi possono perdonare quasi tutto ma non un abbraccio con Silvio Berlusconi che invece Salvini deve tenersi stretto per una serie di ragioni. La prima è che senza il pur ammaccato, elettoralmente, ex Cavaliere, il leader leghista rappresenta solo poco più del 17% degli italiani e in un governo con i Cinque Stelle sarebbe il socio di minoranza. Ora invece è stato designato, con perfidia ,dall’alleato “leader del centrodestra”, una corona di spine che rischia di trasformarsi in una prigione per Matteo. La seconda è che in caso di divorzio da Forza Italia, la Lega rischia di trovarsi addosso tutto il furore mediatico che Berlusconi è ancora in grado di scatenare. La terza e non ultima ragione sta nel rischio che con la rottura della coalizione saltino anche le maggioranze che governano Lombardia, Veneto e Liguria.

Insomma, uno dei vincitori delle urne, Salvini, rischia di ritrovarsi con un pugno di mosche. E non a caso punta a un ritorno al voto per regolare una volta per tutti i conti con un alleato che non si rassegnerà mai al ruolo del numero 2. Ma questa strada è sbarrata da Sergio Mattarella che teme le conseguenze della prolungata instabilità politica sulla nostra economia tenuta in scacco dal voraginoso debito pubblico italiano.

Certo anche il sentiero su cui si è avviato Roberto Fico è molto stretto ma almeno non è del tutto impercorribile. Il ballo oggi è in mano al partito più ballerino, il rissoso irascibile e carissimo Pd capace di tutto e il suo contrario. Anche di trovare un accordo tirando un po’ qui e un po’ lì su un programma di governo magari con il contributo e i voti di Liberi & Uguali. E con il rischio di una scissione dell’ala renziana più oltranzista (che peraltro sembra ridursi di ora in ora) verso una deriva macronista che molti auspicano anche tra i nemici interni dell’ex premier.

A meno che, con un colpo di scena, sia proprio Renzi a voler gestire questa fase nuova per riprendersi una leadership che altrimenti sembra perduta per sempre.

Del resto, l’alternativa più probabile al clamoroso governo Pd-M5S è che Mattarella dopo aver fatto baloccare tutti dichiari la fine della ricreazione e la nascita di un governo del presidente con dentro chi ci sta , fossero anche Pd , Forza Italia e una pattuglia di parlamentari sciolti a rischio di rielezione, con una navigazione limitata alla programmazione economica (e saranno dolori, altro che flat tax e reddito di cittadinanza) e alla costruzione di una legge elettorale condivisa che consenta di avere un vincitore certo una volta aperta le urne. Poi al voto e sarà quel che sarà. Per dirla con Piero Fassino, una delle tante soluzioni peggiori di un governo Pd-M5S.

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