Il fascismo, la doppia   faccia dell’Italia

Il fascismo, la doppia

faccia dell’Italia

Qualche tempo fa un bello spirito disse che le cose davvero originali prodotte dall’Italia fossero solo tre: la pizza, Machiavelli e il fascismo. Non gli spaghetti, prelibatezza made in China. E neppure la mafia, pure quella invenzione dei nostri nuovi amici di penna. Solo quelle tre cose lì. Ma mentre le prime due sono ormai certezze consolidate, della terza si discute ancora con la stessa veemenza dei tempi d’oro, così come ancora sul lignaggio del suo fondatore. Perché, come diceva Montanelli, una cosa è certa: se il fascismo è un prodotto tutto italiano, allora non è comprensibile al di fuori della figura di Mussolini. E se Mussolini “è” il fascismo, Mussolini “è” (anche) l’Italia.

L’ultimo spunto polemico lo ha offerto il centenario, che ricorreva giusto ieri, dell’adunata di San Sepolcro, che coincide con la fondazione del movimento destinato a governare l’Italia nel più tragico dei suoi ventenni. Ora, la domanda da porci è come mai, trascorsi un secolo dalla nascita e settant’anni dalla caduta, passata tanta acqua sotto i ponti, scomparse tante generazioni, stemperata e a tratti persa la memoria, distillati i rancori, i dolori, il sangue e i tradimenti che hanno segnato gli italiani fino alla catarsi della guerra civile - guerra civile, non guerra di liberazione, capito? - quell’ingombrante presenza non riesca a uscire dal tritacarne del dibattito polemico per consegnarsi definitivamente all’ambito rigoroso della storiografia. Perché il morto continua ad abbrancare e strangolare e ricattare il vivo? Certo, c’è la politica. L’utilizzo strumentale dei termini per finalità di potere, la costruzione di una retorica moralistica e ghettizzante che separasse l’Italia dei buoni e giusti e incorrotti da quella degli assassini, mascalzoni e farabutti, ma non tanto rivolta al passato - e qui le ragioni in larga parte c’erano - ma invece al presente e in particolar modo al futuro, perché in quella maniera si sarebbe squalificato per sempre tutto ciò che non fosse stato sinistra e non fosse prono e omologato al conformismo postresistenziale.

Se il fascismo non era un fenomeno storico circoscrivibile tra le due guerre, identificato nel ceto medio emergente e morto e sepolto nel 1945, quanto invece un’entità platonica immanente ed eterna, allora era destinato a rendere eterno anche l’allarme per la democrazia in pericolo e ancora più eterna la necessità della resistenza, dei partigiani e tutto il resto del canovaccio che ci ammorba da decenni e sul quale sono state costruite formidabili carriere politiche e giornalistiche. Con tutte le conseguenze grottesche che possiamo vedere ancora oggi, anno del signore 2019. Non c’è in giro un fascista, manco uno, manco in cartolina, manco imbalsamato e invece appena si alza un alito di vento è tutto un ululare e strepitare e vaticinare e trombonare sul pericolo fascista. E la cosiddetta classe dirigente dei cosiddetti intellettuali che tutto sanno, tutto comprendono e tutto divulgano affibbiano l’immondo epiteto a chiunque non la pensi come loro. Tutto, ma davvero tutto quello che sta al di fuori del terrazzismo sinistroide è, di per se stesso, fascismo: i conservatori, i liberali, i cattolici tradizionalisti, gli anarchici del pensiero, gli individualisti, i patrioti. Tutti fascisti. Fascisti millennial. Fascisti quattropuntozero. E tutta la cultura magmatica, disturbante, dirimente che non percorre i sentieri dell’ortodossia einaudiana e calviniana è considerata in blocco fascista, tutta a prescindere: da un gigante come Céline, il più grande scrittore del Novecento, fino a, per stare in Italia, un autore di profonda qualità come l’Eugenio Corti del “Cavallo Rosso”. Anche questo è regime, cari farisei del pensiero unico.

Il nodo però è un altro. Il vero motivo per il quale i fasci sono ancora in mezzo a noi è perché hanno rappresentato tutto e il contrario di tutto di quell’Italia schifosa e tragica, ma anche colta e visionaria. Il fascismo è sempre qui perché è l’Italia e perché, come diceva appunto Montanelli, Mussolini è l’italiano per antonomasia, per eccellenza, per tratto sociologico e addirittura lombrosiano. In quel gran calderone, in quel gran casino c’era dentro davvero di tutto: il programma di sinistra di San Sepolcro - il suffragio universale, il voto alle donne, la patrimoniale, la partecipazione dei lavoratori nella gestione delle aziende -, l’enfasi risorgimentale, prima Marx ma poi Sorel e quindi il sindacalismo rivoluzionario, l’interventismo, la vittoria mutilata, il reducismo, la retorica letteraria alla D’Annunzio, la benevolenza dei liberali, il mangiapretismo prima e il clericofascismo con tanto di Concordato poi, il futurismo con i suoi artisti, la grande letteratura con Pirandello e Ungaretti e Montale, ma anche i caproni latifondisti, l’olio di ricino, le pagliacciate di regime, il colonialismo straccione, ma anche le bonifiche, la retorica della grande proletaria, la nazione contadina, il regime da strapazzo, immortalato nell’inarrivabile Amarcord felliniano, e poi l’anarcofascismo di Ricci, ma anche il genio vanesio e paraculo di Malaparte prima fascista e poi comunista, l’invidia puerile della potenza tedesca, le schifose e vomitevoli leggi razziali, la guerra affrontata senza arte né parte, i tradimenti, i gran consigli, Badoglio, l’otto settembre, la morte della patria, tutti fascisti prima e tutti antifascisti dopo, il fascismo che è di due tipi: il fascismo propriamente detto e l’antifascismo e bla bla bla...

Che altro c’è ancora da dire? Cosa manca a questo grande guazzabuglio, a questo grande caos degli elementi che, pensateci bene, è la nostra storia, tutta e di tutti? E certo che c’erano quelli che avevano ragione e quelli che avevano torto e certo che dire che il fascismo ha fatto anche cose buone è una fesseria da analfabeti - il fascismo è stato una dittatura, punto e basta - ma anche dare del fascista a Salvini - così come prima a Craxi, Berlusconi e Renzi - è una fesseria da asilo Mariuccia. Con Mussolini siamo nella storia. Con questi qui siamo nella più risibile e penosa delle cronache.

d.minonzio@laprovincia.it

@Diegominonzio


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