Il finto moralismo  che salva i privilegi

Il finto moralismo

che salva i privilegi

Il pauperismo è la prosecuzione del cialtronismo con altri mezzi. Nel bel mezzo di questi giorni di anglosassone campagna elettorale, ci si stava domandando quanto si potesse abbassare ancora il livello del dibattito politico nella pittoresca repubblica dei datteri. E la risposta è arrivata forte e chiara. Si può abbassare all’infinito. E quando i nostri statisti hanno iniziato a fare a gara su chi rinuncia a più stipendio rispetto agli altri, abbiamo capito che siamo veramente arrivati alla frutta.

Uno spettacolo neorealista. Tutti francescani. Tutti stiliti. Tutti monaci di clausura. Tutti Madre Teresa. Tutti Savonarola. Tutti a sfidarsi a chi schifa di più il denaro versato dallo Stato ogni ventisette del mese per l’esercizio del ruolo di deputato o senatore. Che vergogna. Che onta. Che volgarità. E quelli che rimborsano milioni di milioni per avviare mitologiche piccole imprese e ire funeste e anatemi luterani e occhi di bragia per scomunicare e marchiare e lapidare chi fa il furbo con il giochino del finto bonifico e quelli che siamo stati noi a togliere il finanziamento pubblico ai partiti e quelli che siamo stati noi a cancellare l’infamante infamia degli infami vitalizi e quelli che siamo stati noi a far scendere in campo gli imprenditori e i professionisti, che sono già ricchi e quindi non hanno bisogno di compensi e rimborsi. E tutti lì a pontificare, a catoneggiare, a moraleggiare, a trombonare di fronte ad autorevolissimi analisti e commentatori dei media - altra categoria dagli stipendi morigerati e del tutto rispondenti alle capacità professionali - pronti a contestare ad ogni frangente con il ditino alzato la voracità della Casta mentre il popolo degli umiliati e offesi, che i media notoriamente difendono a spada tratta, soffre e agonizza implorando “pane! pane!”.

Una roba da sbellicarsi dalle risa. Una roba da vergognarsi. E ce ne fosse uno che si facesse venire il dubbio che forse il punto non è se il deputato guadagni diecimila euro al mese, argomento caro ai nostri demagoghi da strapazzo, quanto quello che troppo spesso questi diecimila euro vengano assegnati a un caprone, un incompetente totale che ha finito a fatica gli studi dell’obbligo, probabilmente è ancora al dodicesimo anno fuori corso in Scienze politiche, sgorga dalle meravigliose schiere della disoccupazione ed è stato selezionato non per competenze e qualità politiche, intellettuali o professionali, ma solo grazie a una collusione relazionale familistica amorale con il capo o il capetto di turno per leccargli le scarpe e schiacciare i bottoni a comando.

Questo è il tema, altro che lo stipendio. E poi, chi lo ha detto che sia meglio eleggere un cretino a milleduecento euro al mese al posto di una persona capace a diecimila? Chi ha diffuso la menzogna totale che il mestiere della politica sia semplice ed elementare e possa essere esercitato da chiunque, dalla casalinga di Voghera così come dall’ubriaco del Bar della Pesa? A chi fa gioco questa deriva culturale secondo la quale tutti possono fare tutto? Questo, da sempre, è l’alibi degli incapaci e dei falliti, perché esprime una visione del mondo che annulla i talenti, il merito, le differenze. Un mestiere nobile e complicatissimo e sul quale – se svolto con scienza e coscienza – ricadono davvero i destini di una nazione necessita di impegno totale, studio e aggiornamento continui. Quindi deve essere ben pagato. Non troppo. Senza privilegi. Senza gabole, manfrine e giochetti vergognosi sui rimborsi spese, certo. Ma ben pagato. Si prenda l’esempio di una nazione seria occidentale e si faccia lo stesso. Ma questo tema non può diventare preda del delirio del volontariato pauperistico, perché se si deve lavorare gratis o quasi, allora quel posto diventa inevitabilmente la riserva per benestanti e pensionati oppure la sartia privilegiata dei lobbisti opachi, dei fannulloni, dei traffichini, dei ladri.

La politica ha dei costi oggettivi, questa è la verità. E se vuole essere democratica deve poter garantire a tutti quelli che ne abbiano volontà, passione e conoscenza di poterla esercitare, pure se privi di mezzi economici. Quindi si deve trovare un sistema serio, trasparente e sostenibile di finanziamento anche pubblico e bisogna pagare in modo adeguato i parlamentari per permettergli di adempiere al proprio mandato senza alcun privilegio, ma con tutte le tutele. Ci vorrebbe un gran coraggio in un momento storico, che tra l’altro dura da vent’anni, di delirio masaniellista per ribadire l’autonomia e la sovranità della politica rispetto al resto del mondo - finanza e magistratura su tutti - e per non farsi trascinare dalle pulsioni del popolo bue, che portano sempre al trionfo del moralismo. Il moralismo è il male assoluto, la doppia morale la sua conseguenza farisaica, che prima predica e poi razzola dando ragione al formidabile aforisma di quello là, che è stato un grande politico anche se pure un grande bandito e che quindi non si può manco nominare, ma che aveva capito tutto della natura degli esseri umani: “Non ho mai conosciuto un moralista onesto”. Un gigante. Applausi.

E invece no. Tutti lì, da destra a sinistra passando per il centro, a spergiurare che loro vivranno di pistacchi, lupini e cavallette e berranno solo acqua di fonte e andranno e torneranno da Montecitorio a dorso di un somarello dormendo sulla strada in ricoveri di fortuna pur di non gravare sulle casse dello Stato e verseranno i loro immeritati compensi all’associazione delle vedove cattoliche, ai reduci delle battaglie di Lissa e Custoza, alle penne nere di Ambivere Mapello e al circolo dello scopone scientifico. Di sola gloria, di solo eroismo vivranno i nostri emaciati rappresentanti, così, di privazione in privazione, di digiuno in digiuno, di cilicio in cilicio, fino a quando la campagna elettorale sarà conclusa, il loro scranno nel Palazzo garantito e la certezza di averci preso per i fondelli messa in cassaforte per altri cinque lunghi anni.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio

© RIPRODUZIONE RISERVATA