Il furto più odioso  è quello della pace

Il furto più odioso

è quello della pace

L’effetto è ritardato, il danno psicologico arriva dopo il primo forte shock e si annida nel profondo per lavorare indisturbato per giorni e giorni, scavando un solco incancellabile con il “prima”. Un furto nella propria casa è uno dei traumi più pesanti che una persona possa subire, perché con la violazione del domicilio si violenta l’estensione del nostro io, ciò che abbiamo di più simile a noi, il luogo in cui custodiamo la memoria in forma di oggetti, documenti, immagini.

«Thief is watching you», si potrebbe dire, parafrasando il Grande Fratello di George Orwell, il ladro ci osserva, in ogni momento del giorno e della notte, pronto a invadere la nostra vita e a toglierci qualcosa che non è soltanto un gioiello prezioso, dei quadri o il denaro in cassaforte, ma il senso di protezione e sicurezza che le mura domestiche ci hanno fino a quel momento offerto e, “dopo”, scompare per sempre.

Cantù, Lipomo, Mariano Comense, Lomazzo, Lurago d’Erba, una collana infinita di furti in ogni ora del giorno e della notte, con gli inquilini assenti o presenti, in un caso addirittura sotto la doccia, con ladri emuli di Houdini che entrano da ogni pertugio, scalano muri e grondaie, tubi del gas, rompono porte e finestre infischiandosene degli allarmi e spazzano ogni angolo, regalando all’appartamento una scenografia da film horror che il derubato porterà negli occhi per sempre.

Anche chi scrive può testimoniare il senso di sbigottimento e di impotenza che si prova ritornando a casa e trovandola sottosopra, con oggetti e mobili improvvisamente diventati come sporchi, lordati ancor prima che da mani estranee dal “possesso mentale” che i ladri ne hanno avuto.

Cassetti svuotati, materassi rovesciati, e l’immancabile vetro rotto o serratura forzata ci fanno sentire di colpo nudi, privati di ogni segreto che fino a poco tempo prima era soltanto nostro, perché una casa ne custodisce molti, legati a un’immagine, a un libro, un vaso o un orologio a muro, e il loro possesso ci lega ancora di più alla vita, passata e presente.

Quasi tutti i derubati confessano di essere più dispiaciuti del furto di un oggetto caro, magari di scarso valore, piuttosto che di quello di denaro, preziosi o dipinti, perché in quel caso qualcosa si spezza per sempre ed è quasi come subire un secondo lutto, la definitiva perdita di contatto con la persona che magari ci regalò quell’oggetto, per noi evocativo di una lontana felicità.

L’immagine del ladro che la mente costruisce a freddo, continua ad aleggiare nella casa, insieme a mille rumori che da soliti diventano sospetti, le stanze appaiono di colpo quasi inospitali, ostili a noi che fino al “fatto” vi trovavamo un sicuro e caldo rifugio.

La nostra intimità è ora patrimonio di estranei, e quasi rinunceremmo a ciò che si è salvato e vorremmo trasferirci subito in un’altra casa, magari vuota, ma inviolata e protetta. Rifiutiamo quasi il contatto con mobili e oggetti, decidiamo di lavare ogni cosa che ci capita a tiro anche se nessuno oltre a noi l’ha adoperata, temiamo di dormire soli e, nel migliore dei casi, aggiorniamo il sistema d’allarme.

Cerchiamo rifugio da parenti e amici, ci tratteniamo fuori casa il più a lungo possibile, perché la nostra piano piano ci è diventata ostile, non più sede dei ricordi più felici, ma sempre e soltanto memoria di quell’accadimento.

Il ladro ha vinto la battaglia psicologica, senza nemmeno scendere in campo aperto.

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