Il lavoro chiama
oltre il confine

La parola torna ai numeri e di primo acchito sembrano il miglior carburante per le paure dei vicini svizzeri: i frontalieri mai così in alto, che arrivano a superare la soglia dei 60mila.

Capaci di farlo tra l’altro in un trimestre - quello che ha aperto il 2014 – caratterizzato dal referendum contro l’immigrazione di massa. Quello stesso referendum che aveva fatto scuotere la testa al presidente Giorgio Napolitano durante la visita in terra elvetica.

Ma le assunzioni sono andate avanti, per tutte le aree di confine. Forse solo per forza di inerzia - mette in guardia il sindacato - visto che qualche azione per convincere a tenere conto da subito del risultato è stata portata avanti. Come la visita a FoxTown con lista di residenti ticinesi pronti a lavorare nel centro commerciale, che fece scalpore e in qualche modo rappresentò un gesto simbolico, ma anche molto concreto. Della serie, l’aria sta cambiando. In generale, si respirava nelle imprese un senso di attesa, un rallentamento nelle scelte per vedere cioè come si sarebbe comportato il Canton Ticino. Contingentamento dei frontalieri, la minaccia di bloccare i ristorni, polemiche in occasione della tappa di Napolitano: queste settimane hanno registrato dichiarazioni di tensione e – va detto – spesso contraddittorie.

Contraddittoria, del resto, è la situazione. La crescita dei lavoratori italiani non avviene perché questi ultimi si dirigono dagli imprenditori oltre confine e li obbligano ad assumerli con vari stratagemmi. C’è disoccupazione a Como e nel nostro Paese, che scoperta. C’è però anche un territorio che chiama, che di noi ha bisogno, altrimenti non avrebbe queste braccia aperte. Settori, ormai anche molto vari, che guardano alla manodopera di casa nostra e ai suoi vantaggi, come alla sua preparazione.

In questo senso, si possono adottare una, cento misure per invertire il fenomeno. Ma se il mercato vorrà i frontalieri, troverà il modo di averli, che piaccia agli svizzeri o no.

Attenzione, tuttavia: non è un processo irreversibile per forza di cose. Non è che saremo sempre e solo cercati dalle aziende elvetiche quasi per elezione naturale. In questo senso filtra la preoccupazione da parte dei sindacati. Perché ci sono anche imprese che stanno ponendo dei paletti, che non sono quelli ufficiali, burocratici, se vogliamo. Sono proprio quelli del mercato.

Un esempio è rappresentato dalle lingue. Sempre più spesso tra i requisiti citati per l’assunzione c’è la conoscenza del francese e del tedesco. Abbastanza scontata, ma non per noi, perché non tutti i frontalieri si lasciano convincere a frequentare un corso, a migliorarsi da questo punto di vista. Tanto siamo già bravi.

Oggi da parte degli svizzeri – politici in testa – l’affermazione “Non abbiamo bisogno in fondo degli italiani” è pericolosa per la loro economia. Ma anche per gli italiani la considerazione: tanto hanno per forza bisogno di noi.

Le chiusure, le contromosse politiche o burocratiche, ogni tipo di diavoleria: tutto è destinato a fallire, a infrangersi contro il muro del mercato. A patto che ci sia la preparazione, la voglia di dare sempre il meglio: unica e vera arma per far capire alla Svizzera che non può fare a meno di noi.

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