Il valore dei cani,   dei bambini  E dell’uomo

Il valore dei cani,

dei bambini

E dell’uomo

Cinque cani valgono il doppio di quattro bambini. Anzi, quasi il triplo. Una decina di giorni fa un incendio ha distrutto il canile in Valbasca a Lipomo. Nel rogo hanno perso la vita Roy, Botolo, Zoran, Milord e Kim, questi i nomi delle bestiole, e la loro tragica, terribile fine ha fatto scattare una gara di solidarietà che ha raccolto in poco più di una settimana centomila euro in donazioni. Dieci mesi fa, invece, un padre, che temeva di perdere l’affidamento dei figli, ha appiccato un incendio nel suo appartamento a Como. Nel rogo hanno perso la vita Siff, Sophia, Soraya e Saphiria, questi i nomi dei bambini, e la loro tragica, terribile fine ha fatto scattare una gara di solidarietà che ha raccolto in poco meno di un anno quarantamila euro in donazioni. E questo è quanto.

Quindi, se leggiamo i dati per quello che sono, perché i dati non sbagliano mai, gli animali valgono più degli esseri umani. Se volessimo essere maliziosi, soprattutto se gli esseri umani non sono dei nostri - troppo disperati, troppo immigrati, troppo marocchini, troppo stracciaculi, fossero stati di pura razza lariana magari si rastrellava qualche mille euro in più – ma, in fondo, non è questo il punto. Il vero tema è che per noi, per tanti di noi, per tantissimi di noi, un animale vale più di una persona. Una bestemmia? Mica tanto, se ragioniamo a mente fredda su quello che è successo. Tutti pazzi, quei signori che hanno sborsato in un battibaleno centomila euro? Tutti insensibili? Tutti disumani? La tentazione è insidiosa. In fondo, quante volte abbiamo detto che un cane è l’unico essere vivente di cui ci si possa fidare per davvero, perché non guarda se sei bello o brutto o ricco o povero o intelligente o mentecatto o muscoloso o cellulitico e che qualsiasi cosa accada lui ci sarà per sempre? Non è così?

In effetti, a pensarci bene, il confronto con gli esseri umani è imbarazzante. Se ci guardiamo un attimo intorno - e dentro - e se già non bastassero cinquemila anni di stragi e ingiustizie a dimostrarlo, come si fa a provare un moto di solidarietà per un essere umano? Ma come si fa? Quali sentimenti può ispirare quel groviglio misterioso di avidità e squallore e piccineria e mediocrità, sempre e comunque tutto ripiegato sugli affaracci suoi e dominato dal demone del possesso, dell’invidia, della gola, dell’ira, della foja? E che supponenza e che arroganza e che sicumera con i deboli e che mellifluità, che servilismo, che leccapiedismo con i padroni del vapore e orgoglio e pregiudizio e magna e beve e strafoga e ingurgita e mandibola ed evacua e ronfa e scatarra e trama alle spalle dell’amico e dice ma non pensa e pensa ma non dice, tutto avvoltolato nelle sue mille bugie e tranelli e inganni e poi tutta quella insopportabile vanagloria di credersi eterni e inscalfibili, che poi basta un nodulo sospetto o un Psa alterato per farti frignare come una collegiale e raccomandare l’anima a san Gennaro e tutto il resto che da sempre costituisce la sarabanda del nostro grottesco stare al mondo. Che c’è da condividere con un essere del genere? Che c’è da solidarizzare? E poi dove sono tutti questi meravigliosi esseri umani quando uno è veramente solo, umiliato e sconfitto? Dove sono tutti questi grandi gesti di attenzione e generosità?

Che abbiano ragione quelli del canile? È una bella tentazione, certo. Ma forse solo se si tratta di estranei, però in famiglia, dai, almeno in famiglia, le cose sono tutte diverse. Ma vogliamo veramente parlare di quel cumulo di nevrosi, rancori, livori e faglie freudiane che sono le famiglie, di quanta parte delle incomprensioni e della solitudine e delle delusioni più profonde, così come dei rimpianti più sanguinosi, sgorghi nel seno atavico della comunità? Chi non ne coglie almeno un pezzetto anche nella sua? Meglio i cani, forse. Ma almeno i bambini, ecco, almeno i bambini sono diversi da noi. E invece, se vogliamo tenere la linea fino in fondo, da questo punto di vista sono addirittura i peggiori. E sapete perché? Perché sono puri. Il bambino non è esperto del mondo, ne è appena stato gettato, non lo ha ancora esperito e quindi vive e si comporta esattamente per quello che è, purtroppo per lui non ha ancora vestito i salvifici panni dell’ipocrisia e delle convenzioni sociali che, nel mondo degli adulti, impediscono di accoltellarci in ufficio, in metropolitana o alla festa di compleanno. Avete mai osservato, tolta la patina sentimentale che acceca genitori e nonni, quanto siano feroci e possessivi i bambini e quanto siano spietati nell’infierire sui deboli e i diversi? I bambini sono un libro aperto. Per questo fanno paura.

Il fatto è che gli esseri umani sono deludenti, questa è l’amara verità. Uno si immagina chissà che e poi di tanta speranza quale fanghiglia gli rimane tra le dita. E allora è quasi naturale rivolgere le proprie attenzioni a chi invece non delude mai. Un cane, ad esempio. O un gatto. Ma soprattutto un cane, e su questo tema, dall’Argo di Omero allo straziante Febo di Malaparte, la letteratura ha scritto pagine memorabili. Però così è troppo facile. Troppo comodo consegnarsi a un essere perfetto. Non è questo il nostro campo da gioco, non è questa la nostra partita. La nostra partita è l’uomo. Anche se fa schifo. Soprattutto se fa schifo. O forse proprio per questo. E’ quello il mistero che deve occupare le nostre esistenze, con tutti i suoi peccati veniali e mortali, tutti i suoi orrori scespiriani e condominiali, tutte le sue porcherie, le sue ingratitudini, la sua vigliaccheria opalescente. È vero che ci sono momenti in cui uno non ne può davvero più – vogliamo parlare dello spurgo, della fogna, della cloaca che siamo stati capaci di vomitare in questi giorni di Genova? – e che gli verrebbe voglia di mettersi alla disperata ricerca di un’altra umanità. Ma un’altra umanità non c’è. È questa quella che ci è stata data in sorte. È’ questo quello che siamo. È questo il nostro destino. E non c’è cane al mondo che possa cambiarlo.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio

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