La caduta del governo  nell’osteria del Senato

La caduta del governo

nell’osteria del Senato

C’eravamo tanto amati, al punto di non accorgerci, in fondo, se non dopo 14 mesi di “cheek to cheek”, di odiarci visceralmente.

Giù il sipario sul governo del cambiamento che perlomeno ha mutato il galateo istituzionale come si è visto ieri in Senato, con un presidente del Consiglio che per mezz’ora ha scaricato barili di veleno sul suo vice, il quale ovviamente gli ha risposto da par suo senza uscire dal perimetro, sempre più stretto, del comizio on the beach. Consentitecelo, il contesto più adeguato anziché il Senato, sarebbe stata una bella osteria di Trastevere con un mezzo litro di Frascati fresco sulla tovaglia a quadretti.

Al di là delle dimissioni annunciate del premier, subito assurto a zar di tutte le sinistre, il passaggio a palazzo Madama ha aggiunto poco, almeno sul piano dei contenuti. La crisi resta un mistero, anche un po’ buffo, se non ci fossero di mezzo gli italiani.

Alla fine sono sempre gli interessi supremi, il bene comune, la Patria che brucia, l’Iva che aumenta, l’Europa che incombe, la responsabilità verso il Paese, le future generazioni, la ggente e il popolo dei fax. Ma capite i motivi per cui, con ogni probabilità, non saremo chiamati alle urne nella stagione delle foglie morte? Anche, ma soprattutto, forse, perché un’eventuale elezione rappresenterebbe un tracollo per la Casaleggio associati, il motore immobile dei Cinque Stelle in movimento che rappresentano l’attuale maggioranza relativa in Parlamento. Sostengono le solite malelingue, quelli che pensano male ma in fondo ci azzeccano, come diceva uno che dei giochini di palazzo aveva fatto un’arte sublime, tale Andreotti Giulio, che Davide Casaleggio abbia fatto due conti della serva. Poiché i sondaggi, in caso di voto imminente, indicano, ed è una tendenza consolidata, un forte tracollo dei consensi del movimento voluto da Beppe Grillo, e dato che ogni parlamentare sarebbe tenuto, lo sostengono molti fonti, a versare 300 euro al mese all’associazione, si capisce quale sarebbe il danno economico incombente.

Da qui il via libera dell’ideologo, probabilmente spalleggiato da Beppe Grillo riemerso dopo un lungo oblio, alle trattative per un governo con il Pd da portare sino al termine della legislatura e poi hai visto mai. Intanto per quasi altri quattro anni le casse della Casaleggio starebbero garantite.

Certo, questa non è la sola cagione. Poi ci sono i disegni di potere del “rieccolo” Renzi, l’istinto di conservazione di un Parlamento con una larghissima maggioranza di inquilini, certi di non ritornare sulle loro poltrone, la partita del 2022 per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, la vendetta, più fredda di un piatto serale estivo servito in una pensione sull’Adriatico, di Romano Prodi fermato dal fuoco amico 6 anni fa sulla soglia del Quirinale. Ma sì, anche la questione dell’Iva e della legge di bilancio. Tutti elementi di cui, con ogni evidenza, Matteo Salvini non ha tenuto conto in quel fatale giorno di agosto in cui gli è venuto in mente di capitalizzare anche in Parlamento quel consenso attribuitogli dai sondaggi e incassato alle elezioni europee.

Salvini si è però dimenticato della Casaleggio e dei tanti altri elementi che cospirano contro il voto e si è infilato nella trappola da lui stesso costruita. Se e come riuscirà a uscirne, lo vedremo in questi giorni fatali sui colli di Roma, uno in particolare, il Quirinale. L’unica certezza è che i Cinque Stelle, pur di non tornare a votare, sono disposti a continuare la politica dei due forni sempre di andreottiana memoria. Qualunque pane sarà cucinato, quello insipido del Nazareno o l’altro, un po’ più sapido e già assaggiato del Carroccio, i pentastellati vi affonderanno i denti. Del resto la chiosa del zigzagante Capitano in Senato ha lasciato la bocca del forno ben aperta. Così si spiegano anche le proposte in apparenza indecenti partite dalla galassia grillina in direzione Lega prima del discorso di Conte, tutto però rivolto contro il solo Salvini, e non è un caso: “parliamo”, “vediamo”, “usatelo , questo telefono” , “se il Capitano rinunciasse al ministero chissà…”. Certo, e uno come Andreotti lo aveva messo nel conto, infatti non gli è mai capitato, nei forni ci si può anche scottare e fare la fine della sora Camilla che tutti la vogliono e alla fine nessuno la piglia. Qui bisogna saper fare politica, quella dei vecchi tempi vituperati dai Cinque Stelle,che infatti in questo senso appaiono un tantino sprovveduti. Ma il ponentino romano è una mano santa come scuola. E chissà che in questo anno e rotti di governo i ragazzi piovuti dal web non abbiamo tesorizzato qualche lezione. Lo vedremo. Perché lo slogan della crisi di governo, ora ufficiale con tanto di bollo del Senato e dimissioni di Conte, è sempre quello di Rossella ’O Hara. Con la variante dell’entrata in scena di un nuovo attore, che per carattere non ama il protagonismo ma in questa saga è costretto a fare, e per fortuna, buon viso a cattivo gioco: il presidente Mattarella. Al di là di ogni tatticismo e quel che vi pare, a lui e alla Costituzione sono affidati il destino del Paese. E per fortuna.


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