La cultura chiude  ma apre la retorica

La cultura chiude

ma apre la retorica

Nel 1993 Nanni Loy girò il suo ultimo film, intitolato “Pacco, doppio pacco e contropaccotto”. Era ambientato nella Napoli degli anni Novanta e descriveva una serie di profili di imbroglioni più o meno professionali che campavano cercando di truffare il prossimo. L’idea era sfiziosa - Nanni Loy è stato uno straordinario innovatore del linguaggio cinematografico e televisivo - ma il film non venne un granché, anche se conteneva un dialogo tra due caratteristi che, da solo, valeva il prezzo del biglietto: “Scusate, ma voi siete mai stato innamorato?” “No, troppa fame…”.

In una brevissima sequenza, il regista aveva messo il punto esclamativo su un tema fondante sul quale da secoli si scaricano chili e quintali e tonnellate di retorica, che servono a nascondere la dura realtà. E cioè che la vera essenza degli esseri umani è quella che è, non quella che ci piace immaginare. E, in quel caso, in una rivisitazione ironica dei canoni dell’ideologia marxista, la dicotomia tra struttura e sovrastruttura, veniva riaffermato che l’amore tra un uomo e una donna - ma anche tra due persone dello stesso sesso, per carità! - è una cosa bella, una cosa magnifica, una cosa meravigliosa, però se non mangi da tre giorni lo è molto meno. E che l’amore, nonostante tutti i suoi apostrofi rosa, è un sentimento sopravvalutato - l’odio, ad esempio, è molto più profondo, molto più potente, molto più universale - che coinvolge solo quelle persone, tante per fortuna, che non sono impegnate a sopravvivere.

L’affermazione è sgradevole, poco adatta ai nostri tempi zuccherini e lacrimosi, ma contiene una carica oggettiva dirompente. Si può non essere d’accordo, ma se si è onesti non ci si può non fare i conti. L’amore non è un sentimento primario, non lo è affatto, la sopravvivenza lo è, la sopravvivenza individuale lo è, la sopravvivenza della specie lo è, il possesso lo è, la difesa del territorio lo è, l’occupazione dello spazio vitale lo è, la volontà di dominio sicuramente e senza possibilità di errore lo è, l’avarizia e la cupidigia e l’invidia e la foia e il sangue e la vendetta senza alcun dubbio lo sono, ma non l’amore: è una chimera troppo faticosa, troppo eroica, troppo colta, troppo alta, troppo ambiziosa, come dire, troppo emotivamente impegnativa, troppo eccentrica rispetto alla nostra vera natura.

E la stessa identica cosa riguarda l’amore per la cultura, la cultura in quanto tale. Sono giorni che assistiamo alle proteste, alla rabbia e alle lamentele degli operatori culturali per la chiusura di teatri, cinema, musei, rassegne e festival in genere ed è tutto assolutamente giustificato: un settore importante, non solo da un punto di vista economico, del nostro paese è in ginocchio. E quindi è doveroso, obbligatorio, prioritario, che tutti - tutti! - gli imprenditori e gli addetti di questo settore vengano aiutati, assistiti, ristorati in modo che possano tenere in piedi le loro attività in attesa della riapertura e possano mantenere se stessi e le loro famiglie. E ci mancherebbe altro.

Ma un conto è la difesa di chi lavora in quel settore, un altro conto è la lamentazione davvero retorica, pesante, pedante e stucchevole della cosiddetta cultura in quanto tale da parte dei meglio fichi del bigoncio intellettuale della repubblica delle banane, con tutto un assembramento di vestali togate e agghindate che si flagellano sul vulnus intollerabile alla completezza dell’essere umano, del cittadino integrato ed evoluto, della comunità che condivide fondamentali valori etici, civili e civici e bla bla bla... Ora, deve essere chiaro che la cultura è una cosa importante, ma davvero importante, ma deve essere altrettanto chiaro che se tutto quel settore dovesse restare chiuso per un mese o anche due, nella vita degli uomini non cambierebbe assolutamente nulla. E fa sorridere la considerazione che l’impossibilità di vedere l’Aida alla Scala o il nuovo film di Paul Thomas Anderson all’Anteo o la mostra di La Tour a Palazzo Reale dia un colpo irrimediabile al senso della nostra vita. Questo non è amore per la cultura, questa è enfasi da terrazza.

Chi scrive questo pezzo - pur essendo ben conscio di non essere nessuno - possiede un titolo culturale alto e, nel suo piccolo, una biblioteca di discreto valore, oltre ad aver letto tutto Tolstoj, tutto Gogol, tutto Balzac, tutto Singer, tutto Thomas Mann, tutta la Recherche eccetera, senza parlare degli autori per i quali potrebbe uccidere - Flaubert, Céline, Bernhard e, soprattutto, Cechov, il più grande di tutti - ma vi può al contempo assicurare che quando gli viene l’influenza, non il Covid, una comunissima influenza con trentotto e mezzo di febbre, tosse, mal di testa e dolori muscolari, se gli proponete le “Memorie di Adriano” o la “Mandragola” come rimedio le scaraventa fuori dalla finestra. Perché lui - come tutti - vuole innanzitutto stare bene, altro che Joyce e il flusso di coscienza.

Noi vogliamo stare bene, abbiamo bisogno di stare bene e, quindi, avere una farmacia, un medico, delle cure adeguate. E poi abbiamo bisogno di bere e di mangiare - “prima viene la pancia piena, poi viene la morale” ha scritto spietatamente Brecht - e abbiamo bisogno di un tetto sopra la testa, di corrente, di acqua calda, di dare un pasto ai nostri figli, di mandarli a scuola e via di seguito. Queste, alla faccia della poesia, sono le cose fondamentali, senza le quali baloccarci con i nostri Sofocle, i nostri Cézanne, i nostri Kierkegaard e i nostri Kurosawa non solo non serve a niente, ma fa pure ridere.

La vita non può essere solo dormi, mangia, bevi e sopravvivi, certo, ma quella è la sua pietra d’angolo senza la quale tutto il resto è nulla. A prima vista, può apparire squallido, grigio e mortificante, ma invece è pura essenza, come scrive Dostoevskij in un passaggio memorabile di “Delitto e castigo”: “Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere come che sia, ma vivere!... che verità! Signore! E’ vile l’uomo!... ed è vile chi per questo lo chiama vile”.

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@DiegoMinonzio


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