La grande rimozione

di tutti i 25 Aprile

Alla metà degli anni Ottanta, durante le sue lezioni nell’aula 508 della Statale di Milano, il grande storico lariano Giorgio Rumi ricordava spesso quanto fosse stato eroico, ammirabile e commovente il coraggio, l’anelito alla libertà, lo spirito di sacrificio dei partigiani che combatterono il nazifascismo, ma che al contempo quanto avesse rappresentato un fenomeno minoritario. E che se le truppe alleate non avessero pettinato e ripettinato l’Italia da nord a sud, i nazisti li avremmo avuti in casa ancora adesso. Erano già passati quarant’anni dalla fine della guerra, ma il tabù di cui non si poteva parlare era sempre quello. Adesso ne sono trascorsi settanta e siamo punto e a capo. Tristezza.

Se l’otto settembre, con la dissoluzione dello Stato e la fuga dei Savoia - i vigliacchi, gli infami, gli Schettino, i genitori che hanno pugnalato i propri figli alle spalle, segnando una delle pagine più ignobili, vergognose della nostra già poco edificante storia - ha rappresentato una vera “morte della patria”, il 25 Aprile è invece il simbolo della grande rimozione, della grande manipolazione, della grande riscrittura. Non è vero che in Italia ci sia stata solo una guerra di liberazione. Non è vero che ci sia stata una guerra di popolo. Non è vero che la vittoria sia stata merito esclusivo dei partigiani. È vero invece che è deflagrata, sanguinosissima, una guerra civile, una guerra civile tra due esigue minoranze e che alla fine sia stata chiusa dai soldati americani. Punto. Questo è il quadro storico e militare aderente ai fatti. Il resto è politica. E, purtroppo, retorica. Mai così altisonante come in questi giorni di celebrazione e che ha trovato sintesi nell’intervista concessa dal capo dello Stato a “Repubblica”. Un capolavoro di immobilismo (“non bisogna abbassare la guardia!”, ma quale guardia? e chi la minaccerebbe, la nostra democrazia?) nel quale vengono affastellate brigate nere, brigate rosse, il caso Moro, la P2, il Risorgimento, il Mezzogiorno in crisi, l’Isis e la solita sequela di monoliti repubblicani, riflessi condizionati di una classe dirigente talmente esausta e inadeguata a capire le nuove tragedie mondiali da ispirare a quel genio di Pietrangelo Buttafuoco un tweet irrispettoso e crudelissimo: “Il ciripiripì resistenziale di Mattarella. Pensasse all’antiscafismo invece che all’antifascismo. Si aggiornasse sulla realtà!”. Due minoranze, quindi. Due minoranze composte in larga parte da ragazzi. Una fece la scelta sbagliata - quella di Mussolini, di Salò, del patetico tentativo di tornare al sansepolcrismo -, l’altra invece fece la scelta giusta – quella della libertà, della democrazia, della giustizia. Ma non tutti, in verità. Solo alcuni di quei partigiani volevano cacciare la dittatura per instaurare la democrazia. Molti altri volevano cacciare la dittatura per sostituirla con un’altra e allora, se tutte le dittature sono uguali, non si capisce per quale motivo qualcuna debba essere più uguale delle altre, anche perché in quanto a contabilità sterminatoria i regimi comunisti hanno ben poco da invidiare a quelli fascisti. E allo stesso modo, per quale motivo gasare vada male e infoibare invece vada bene. Va tutto male, nel mondo dei totalitarismi, e finiamola con i distinguo farisei.

Il fatto è che quella minoranza di una minoranza - poche migliaia di uomini in tutto, ma molto intelligenti e spesso anche molto abili nell’eliminare grandi filosofi e i partigiani che non la pensavano come loro - si è intestata la totalità della vittoria per poi riscriverne a proprio uso e consumo la storia. Che era la seguente: gli alleati non c’erano mai stati o, nel caso, si erano dimostrati irrilevanti e, comunque, si erano distinti soprattutto in schifezze tipo lo stupro della Loren nella “Ciociara”; il fascismo era un fenomeno totalmente reazionario, braccio armato del padronato industriale e latifondista e non invece (e sul tema lo storico Renzo De Felice ha scritto pagine memorabili) una costola della sinistra sgorgata da Sorel e dal sindacalismo rivoluzionario; il popolo italiano, umiliato e offeso, era stato sempre antifascista e appena ha potuto è sceso compattamente in piazza per sconfiggere gli Hyksos e riprendersi la libertà.

E i paladini, i titani, i sapienti erano loro, le avanguardie che avrebbero guidato la nazione verso il sol dell’avvenire. I migliori. Gli antropologicamente superiori.

Da qui discende tutta una lunga storia, di cui è infarcita la nostra Costituzione, che non a caso è la più bella mondo, e sulla quale sono state costruite dal dopoguerra in poi mirabolanti carriere politiche ed editoriali che, a fini strumentali, hanno fatto carne di porco dell’eroismo dei veri resistenti e che ammorbano ancora oggi i palazzi del potere - e le redazioni dei giornali - visto che a ogni 25 Aprile ti tocca sorbirti certi tromboni, certe macchiette quarantenni dell’ “ora e sempre Resistenza”, certi doppiomoralisti pulciosi che si infarciscono talmente la bocca di imenei luogocomunisti che alla fine ti domandi come sia possibile che, alla faccia dell’anagrafe, ogni anno che passa i partigiani aumentino invece che diminuire. Nuova tristezza.

Gli uomini e le donne che hanno dato la vita per la libertà - non per una nuova dittatura, per la libertà - non avrebbero mai immaginato che quelle pagine meravigliose un giorno sarebbero diventate mausoleo, timbri, carte bollate, tagli di nastri, fanfare, sottosegretari untuosi, insopportabili talk show televisivi, opinionisti di regime, bolsa retorica d’apparato, mummie incartapecorite e giovani leccapiedi. Anche perché quelle donne e quegli uomini, quelli sì i “migliori”, sapevano bene che allora erano stati in pochi ad avere tutto quel coraggio - gli eroi sono sempre pochi: è per questo che li amiamo - e che l’Italia aveva subìto il regime come tante cose prima e tante cose dopo di lui. Il giorno prima erano tutti fascisti, il giorno dopo erano tutti antifascisti. Il giorno prima erano tutti mussoliniani, il giorno dopo erano tutti democristiani. O anche comunisti, come la parabola esistenziale di un dio della scrittura ambiguo e tormentato come Curzio Malaparte dimostra ampiamente.

Il ventre molle, il corpaccione, il generone della grande maggioranza degli italiani è come la Fiat: sta sempre dalla parte di chi governa, di chi vince, di chi comanda. Gli italiani sono legni storti. Le guerre di popolo non sono cose per noi: lasciamole fare alle nazioni serie.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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