La lezione del passato  ai politici di oggi

La lezione del passato

ai politici di oggi

Salvini vorrebbe tornare alle urne, Di Maio andare al governo, Berlusconi salvare il salvabile, il Pd tutto e il suo contrario, i parlamentari neo eletti restare il più possibile aggrappati alle poltrone. Bella matassa da dipanare per il povero Mattarella che pure vanta un rassicurante background nella Dc della Prima Repubblica, dove prima di fare politica bisognava avere almeno studiato un pochino. Il piano inclinato su cui si è incamminata da tempo la nostra società ci propone un ceto politico sempre meno preparato e adeguato ai compiti che gli spettano. Nessun partito, in questo senso fa eccezione. Lo dimostra il fatto che, ormai da decenni, il si “stava meglio quando si stava peggio” è diventato un must. Ricordate, tanto per fare un esempio recente, i sorrisini, l’ironia, il darsi di gomito di fronte alla discesa in campo, oltre 20 anni fa, dell’allora parvenu del palazzo, Silvio Berlusconi? Che improvvido, sprovveduto, inadeguato, si diceva. Eppure dopo l’uscita di scena tra i caustici risolini di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy (già proprio quello lì) e prima di farsi mangiare in testa da Salvini dopo il voto del 4 maggio sembrava diventato una figura mitologica metà Cavour e metà Churchill, con buona parte dell’Europa che affidava a lui le speranze per arginare l’ondata populista. Insomma più passa il tempo e più le mamme degli statisti accusano problemi di sterilità. E anche per questo, oltre ai danni causati da una legge elettorale che ha peraltro svolto in maniera impeccabile il compito assegnato, cioè non far vincere nessuno, non si trova il modo di risolvere il puzzle del governo.

Una volta, i politici erano capaci di sacrificare gli interessi di parte a vantaggio di quelli generali. O quantomeno, i più spregiudicati ma anche quelli maggiormente alibi, di farli coincidere. Adesso invece non si riesce a sollevare la testa dal proprio orticello, proprio come quei calciatori, scarsi, che tengono sempre gli occhi bassi sul pallone e non riescono a determinare lo sviluppo del gioco. I nostri politici attuali sono quasi tutti così. E in un’ideale “nazionale” di tutti i tempi, al massimo, gli potrebbe essere concesso il ruolo di porta borracce.

Per fare qualche esempio di ciò che è storia del nostro Paese si potrebbe riandare a Togliatti che sbarca in Italia dopo l’esilio in Unione Sovietica e con la “svolta di Salerno” porta il Pci repubblicano a tollerare la Monarchia almeno fino al referendum che ne sancirà la sconfitta. Certo, per il “Migliore”, in un partito dominato dalla figura carismatica e non solo, del segretario, era facile assumere una decisione che sarà andata di traverso a una base con un’opinione dei Savoia che potete ben immaginare. Ma allora cosa dire di Aldo Moro e della sua decisione di aprire le porte della maggioranza egemonizzata dalla Dc a forze antagoniste com’erano all’epoca il Psi e il Pci? E la Balena Bianca allora era il partito delle correnti e delle tante leadership che impedivano l’affermazione di una di loro. Chi ci provò come Fanfani e De Mita fu presto detronizzato. Eppure Moro continuò a tessere la tela di una svolta politica indigesta alla componente moderata del partito e non solo a quella. E forse questo percorso politico contribuì alla tragedia della sua fine per mano delle Brigate Rosse. Lo stesso alleato e antagonista dell’allora presidente dello Scudocrociato, Enrico Berlinguer, dovette penare non poco per portare il Pci del centralismo democratico (parlano tutti, poi decide il segretario) sulla strada della solidarietà nazionale per prevenire una svolta autoritaria, alla cilena, in Italia. Decisioni pesanti che comportarono il pagamento prezzi salati a chi le prese. Ma anche scelte politiche coraggiose. Cose molto più grandi di un governo qualsiasi. Ma lezioni che qualche volta sarebbe bene ripassare.

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