La nuova dittatura  omeopatica dei social

La nuova dittatura

omeopatica dei social

Mentre gli statisti del vecchio governo degli scappati di casa e quelli del nuovo governo dei miracolati di San Matteo continuano a coprirsi di ridicolo denunciando l’imminente fine della democrazia - “All’armi, tornano i comunisti!, “All’armi, tornano i nazifascisti!” - la vera dittatura omeopatica del terzo millennio compie un altro passo avanti nel torpore generale.

Nei giorni scorsi Facebook e Instagram hanno deciso di spegnere le pagine social di Casa Pound e Forza Nuova e quelle dei loro rappresentanti. Ora, i profili di quei due movimenti dichiaratamente neofascisti - basta dargli un’occhiata - gorgogliano da sempre di schifezze, porcherie e tesi al limite e spesso al di là del limite della legalità. Ma questo, a pensarci bene, non vuol dire un bel niente. Uno dei cardini della libertà, e quindi anche della libertà d’opinione, è proprio quello di tutelare tutte le idee, anche quelle pessime, sgradevoli e violente, perché le idee sono idee e nessuno può essere condannato o censurato per causa loro. E vuol dire ancora di meno la motivazione davvero surreale - se non tanfasse di tribunale speciale stalinista, di Stato etico bulgaro anni Cinquanta, di educazione delle plebi goebbelsiana - che i due social media hanno utilizzato per giustificare la chiusura delle pagine in questione. Non esiste alcun reato specifico. Alcun reato personale. Esiste solo una Colpa - incombente, immanente e immateriale come quella dei romanzi di Kafka – che è quella di aver “diffuso l’odio”.

Bene, che cosa voglia dire, in termini giuridici, diffondere l’odio è un mistero. Che cos’è l’odio? Come si quantifica? Quali criteri lo determinano? Chi stabilisce i limiti, i paletti al di qua dei quali si tratta di semplice opinione, contrarietà, avversione e al di là dei quali si trasforma in reato perseguibile? Chi lo decide? E con quali poteri? Conferiti da chi? In nome di quale legge? Queste e altre dozzine di domande in un paese, anzi, in un mondo serio fondato su una cultura libertaria, metterebbero subito fine a questo provvedimento che è totalmente illiberale, assolutamente censorio e intollerabilmente fariseo. Oltre che pericolosissimo, perché aperto questo pertugio allora la strada per controllare tutte le opinioni, tutte le idee è spianata così come quella per zittire tutti i pensieri sgraditi.

Prima contraddizione. Facebook e Instagram censurano movimenti, partiti e dirigenti che la Repubblica italiana non censura. Non risulta infatti che Forza Nuova e Casa Pound siano state sciolte, né i suoi consiglieri comunali o leader politici siano stati arrestati, come previsto dalla Costituzione, per ricostituzione del partito fascista. Quindi abbiamo un media della comunicazione - che è sì privato, ma che agisce da servizio pubblico per tutto il pianeta - che si pone sopra e oltre il nostro Parlamento, le nostre leggi, i nostri giudici.

Seconda contraddizione. Se oggi tocca ai neofascisti, domani può toccare ai neocomunisti. Perché, c’è qualche differenza, putacaso? A quando la cancellazione delle pagine di tutti quelli che sostengono che l’economia di mercato sia il male assoluto, che gli imprenditori siano una mandria di ladri, sfruttatori, estorsori, evasori, che ogni attività debba essere nazionalizzata, che Stalin era quello che era, ma in fondo con lui i treni blindati per i gulag arrivavano sempre in orario? E a quando la cancellazione dei profili dei sovranisti, dei populisti, degli antieuropeisti, degli anti casta, degli anti migranti e compagnia cantante? Se non istigano all’odio loro… E come mai contro gli ebrei si può scrivere qualsiasi cosa, contro i cristiani pure e contro l’Islam invece no? E che si fa con quelli che odiano le donne e quelli che odiano gli etero e quelli che odiano l’amore Lgbt? E con tutti gli ultras dalla serie A alla Terza Categoria che vomitano insulti e minacce e diffamazioni a ciclo continuo? Perché non sono stati cancellati tutti i profili di quelli che scrivono “Juvemerda”? Quello non è incitamento all’odio? E quelli che insultano i ciccioni e gli anoressici e i tabagisti e i salutisti e il vino bianco con il tannino e i cacciatori e i vegani e i puttanieri e le madonnine infilzate e le rifatte e le botulinizzate e gli scambisti e gli accumulatori seriali e i dipendenti statali e i sindacalisti in distacco e i negri e i cinesi e i messicani e quelli con il naso adunco e quelli con il turbante e tutto il resto del panorama lombrosiano della nostra sciagurata umanità?

Come facciamo a non capire che, secondo quanto scritto nella carta costituzionale, un crimine lo può perseguire solo e soltanto la magistratura e non certo un social network e che gli unici testi che valgono in quella sede sono il codice penale e il codice civile? Come facciamo a non vedere l’incunearsi mellifluo e strisciante della più pervasiva e untuosa e burrosa e ammaliante e anestetizzante dittatura del pensiero, che apre o chiude i rubinetti della comunicazione a seconda di quanto sia allineata al pensiero unico mondiale, al conformismo planetario che tutto controlla, tutto plasma, tutto profila e tutto determina? Dietro a ogni nostro like, ogni nostro cuoricino, ogni nostra faccina e foto di compleanno e gattino arruffato e trottolino amoroso c’è un algoritmo che ci spia, ci controlla e ci trasforma in meri prodotti, ci uniformizza al resto del gregge totale, del popolo bue globale, del parco buoi dei padroni del vapore universale.

Il nuovo regime dei sepolcri imbiancati digitali non prevede estremismi, non concepisce pensieri difformi, rifugge dalle emozioni dirimenti quali l’odio - il più potente e il più creativo di tutti. Se pubblicassimo su Facebook una pagina di “Bagatelle per un massacro” di Céline (il più grande scrittore del Novecento) verrebbe bloccata dopo un nanosecondo. I pensierini da quinta elementare dei nostri Salvini, Di Maio e Zingaretti, invece, ce li becchiamo tutti a ciclo continuo. È questo il vero dramma. Mi sa che qui ci vorrebbe un censore…


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