La solita ricetta:
spremere il ceto medio

Una decina di anni fa, chi scrive questo pezzo era caporedattore in un giornale milanese ed entrando in un parcheggio in zona Porta Venezia gli venne in mente una domanda curiosa. Aveva appena pubblicato le consuete classifiche sulle dichiarazioni dei redditi degli italiani e, dando un’occhiata al centinaio di auto posteggiate nel silo, non si capacitava di come lui, che rientrava nel 2% dei più ricchi, fosse quello con la macchina più brutta. Una cosa davvero stravagante.

Adesso, da direttore e quindi entrato di diritto nel paradiso terrestre dell’1% degli italiani più ricchi - e sono soddisfazioni: vi rendete conto cosa significhi guadagnare di più del 99% dei vostri compatrioti? -, quando gli capita di usare qualche parcheggio del centro di una delle nostre città gli si ripropone ancora la stessa curiosa domanda. La sua auto ora è migliore, d’accordo, ma rispetto alle altre rimane costantemente una delle più brutte. Una cosa davvero davvero stravagante. E uno pensa e ripensa, cogita e ricogita, si strugge, si macera, si gratta la pera e poi alla fine - un po’ come Fantozzi nella celeberrima scena dopo la lettura notturna e maledetta dei testi sacri del comunismo suggeritigli dal compagno Folagra - viene folgorato dalla più sconvolgente delle rivelazioni: “Ma allora mi hanno sempre preso per il culo!”.

Il moralismo fiscale è la prosecuzione del cialtronismo fiscale con altri mezzi. Il secondo è stato il tratto distintivo del governo degli scappati di casa, quello caduto con modalità circensi nell’estate scorsa, che per mesi ha millantato l’imminente rivoluzione della tassa piatta uguale per tutti, ovviamente inapplicabile, insostenibile e anticostituzionale e infatti vigente solo in qualche distretto boscoso del Congo Belga o nelle aree depresse della Papuasia citeriore, grazie alla quale si prometteva il Bengodi ai soliti italiani creduloni con l’anello al naso. Il primo, invece, mostra la cifra politica dell’attuale governo dei cervelloni che, applicando il peggio del peggio della sua cultura veterosinistroide regressiva anni Settanta, sventola il drappo rosso dell’odio sociale, che promette lo sterminio dei ricchi ai soliti italiani creduloni con l’anello al naso.

La misura è nota e sarebbe spassosissima, se non facesse trasparire, appunto, una matrice che viene da lontano e che individua nel ceto medio il nemico di classe da bastonare, da seviziare, da estinguere. Perché quella roba lì non è popolo, non è gente comune, non è un umiliato e offeso, non è un bisognoso in cerca di elargizioni e quindi, in un paese fariseo come il nostro, è sicuramente un soggetto di malarazza, un avvelenatore di pozzi, uno da sorvegliare e da punire. Bene, la trovata di tagliare in modo progressivo le detrazioni fiscali a tutti i redditi sopra i 120mila euro, fino alla loro totale eliminazione arrivati a quota 240mila, riguarda il già citato 1%. Anzi, a voler essere precisi, lo 0,73% degli italiani, circa 300mila persone. E di queste, la maggior parte sta tra i 120 e i 200mila.

Ora, guardiamoci tutti quanti negli occhi e cerchiamo di fare le persone serie almeno per qualche minuto. Ma davvero c’è qualcuno che crede che in Italia ci sia solo l’1% della popolazione che guadagna cinquemila euro al mese? E a maggior ragione, c’è qualcuno che pensa che nell’Italia del nord, magari in Lombardia, magari nei nostri territori, ci sia solo l’1% dei residenti che incassa quella cifra? Ma esiste davvero qualcuno che non si tenga la pancia dalle risate quando ogni anno che il buon Dio manda in terra escono le tabelle dei redditi medi e si legge di certe notissime categorie - certe categorie! - che dichiarano in media tra i 20 e i 30mila euro l’anno e che poi li vedi, questi qui, che li conosci uno a uno - si sa, il paese è piccolo - con la prima casa e la seconda casa e la terza casa e la primo suv e il secondo suv e questo e quello e quell’altro ancora? E la cosa addirittura spassosa è che loro - e per forza: dichiarano 20mila euro… - le detrazioni se le terranno tutte e in più, tocco finale degno di un film di Totò, si beccano pure il taglio del cuneo fiscale. Mentre quelli là, quelli ricchi, la vera feccia della nazione, sono guarda caso gli unici che dichiarano il 100% di quello che guadagnano e che, magari, con lo stipendio di cui sopra ci mantengono, magari in una città del nord cara come le nostre, magari tre o quattro persone e, magari, una casa e, magari, un paio di università (rette massime naturalmente, mica dichiarano 20 mila euro…) oltre ad auto, moto, cani, porci, suoceri, amanti e compagnia cantante.

Niente di nuovo, per carità, che questo sia il paese dei furbi che ridono e dei fessi che sgobbano non c’è dubbio alcuno, ma il combinato disposto degli ultimi due governi - dare la patente del mantenuto di Stato al classico lazzarone da divano e togliere le detrazioni a quelli che non evadono un euro - è una pagliacciata non casuale che la dice lunga sull’assenza di cultura liberale. Il ceto medio è il male. Lo è per questi di adesso e, in fondo, lo è anche per quelli di prima. Il ceto medio produttivo e intellettuale, in particolare. Perché non è assimilabile, riducibile all’unico soggetto di gran moda in questi anni di completo azzeramento cerebrale: il popolo, la gente, la massa. Uno dei più squallidi artifici retorici grazie al quale, sbandierando politiche a favore della persone comuni, quelle che non ce la fanno, quelle tagliate fuori dalla casta eccetera eccetera, in realtà non si fa altro che plasmare una massa amorfa e succube alla quale regalare assistenza a pioggia - reddito di cittadinanza e quota cento - imbonendola con tasse moraliste e classiste che certificano che chiunque guadagni più di tremila euro sia un porco da scannare. E garantendo al contempo a larghissime e intersecate fasce sociali la pressoché totale libertà di evasione.

Una roba da ridere. Anche se a quello lì che confrontava le auto nel parcheggio la voglia di ridere forse gli è passata…

@DiegoMinonzio

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