L’Europa non piace  ma è senza alternative

L’Europa non piace

ma è senza alternative

In una canzone di Lucio Dalla si dice che “Milano è vicino all’Europa”. Ma la domanda vera di oggi è quanto l’Europa sia vicina a Milano come a Como, Lecco o Sondrio. Se la poneste a coloro che sono chiamati alle urne per il rinnovo del parlamento continentale otterreste risposte molto diverse a seconda della preferenza politica o delle esperienze dirette. Ci sono poi i luoghi comuni: il più famoso è forse quello della misura delle zucchine imposta dall’Unione europea che è il modo migliore e più spiccio per renderla ridicola, odiosa e inutile. Per fortuna l’Europa è anche altro. Pure questo lo sanno quasi tutti. Ciò che forse non abbiamo mai capito, e non per colpa nostra, è quale Europa vorremmo. Se questo non è successo la responsabilità è prima di tutto dei nostri politici. Perché si è detto che in questa campagna elettorale si è parlato poco, in Italia, dell’argomento della contesa, cioè l’edificio politico e programmatico del Vecchio Continente. Ma, in modo paradossale, se n’è discusso tanto solo prima che iniziasse la campagna elettorale vera e propria, che in realtà è stata una prosecuzione di quella per le elezioni politiche poiché per la prima volta, si sono affermate forze che vedevano l’Europa come il fumo negli occhi, arrivando ad accarezzare anche l’idea di una “Italexit” sull’esempio britannico.

Poi i toni si sono fatti più sfumati, anche alla luce delle continue tribolazioni dei britannici che, oltre due anni dopo il fatale referendum, sono ancora lì sull’uscio.

Inoltre, l’avvicinamento ai seggi aperti oggi si è trasformato in una sorta di “Armageddon” tra i due partner di governo che hanno oscurato le tematiche europee contribuendo a farci capire ancora meno.

Dai noi peraltro, le elezioni europee sono sempre stati una sorta di voto “in libera uscita” con gli elettori che si sentivano liberi di lanciare segnali, ritenuti innocui, ai partiti di riferimento. Una volta, nel 1985, si votò poco tempo dopo la morte di Enrico Berlinguer, segretario del Pci. E l’omaggio postumo a un politico comunque stimato in maniera trasversale fece sì che i comunisti diventassero il primo partito. Cinque anni fa, Matteo Renzi si illuse di avere in pugno il paese dopo il 40% tributato al Pd, risultato mai raggiunto prima e dopo. Spesso, la scelta di rappresentanti da mandare a Bruxelles e Strasburgo è stata l’occasione per tentare esperimenti politici, complice il sistema proporzionale. Una volta Gianfranco Fini, desideroso di affrancarsi da Berlusconi si presentò in abbinata con Mario Segni sotto il simbolo dell’elefante, mutuato da quello dei Repubblicani statunitensi. Fu un flop. Lo stesso fece Romano Prodi assieme a Di Pietro con un asinello democratico.

Insomma con l’Europa la politica italiana, nel migliore dei casi, ha scherzato. Nel peggiore ha piazzato personaggi poco significativi e laboriosi a godersi i ricchi emolumenti senza lasciare traccia del proprio passaggio. Persino la prestigiosa designazione di Romano Prodi alla guida della commissione europea fu un “promoveatur ut amoveatur” da parte di Massimo D’Alema che, neppure riuscì a subire la sorte da lui designata all’ex premier ulivista quando si trattò di scegliere il mr Pecs e Renzi perfidamente gli preferì Federica Mogherini. Un altro uso che è stato fatto dell’Unione Europa è stato quello del grande alibi per giustificare l’incapacità: il famoso detto “ce lo chiede l’Europa” è il principale escamotage per schivare le responsabilità salvo poi inalberarsi quando arrivano le richieste di sistemare i conti.

Insomma l’Europa andrebbe presa un po’ sul serio. Ma non è mai accaduto. E forse non succederà neppure questa volta in cui l’Italia rischia grosso per tanti motivi, non ultimo l’uscita di scena di Mario Draghi dalla presidenza della Banca centrale europea che è stata una medicina per i conti malandati del nostro paese. Poi è ovvio che l’Europa dovrebbe fare qualche sforzo in più per farsi voler bene di più dagli italiani. Ma per mandarla giù senza bisogno del bicarbonato, al di là dei 70 e rotti anni di pace che ci ha garantito, basterebbe guardare al di fuori dei confini continentali per vedere quanta democrazia, quanti diritti e quanta libertà ci sono. O meglio non ci sono. E magari immaginare come i singoli paesi, anche quelli in piena sbronza sovranista potrebbero reggere la forza d’urto di colossi quali Usa, Russia e Cina.È’ l’evoluzione della storia a rendere necessaria l’Europa. Se avete alternative, fatecelo sapere. Altrimenti oggi sarebbe il caso di andare a votare.


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