Libertà e felicità  La metafora dell’orso

Libertà e felicità

La metafora dell’orso

Mentre il governo degli scappati di casa mette in scena l’ennesimo teatrino a colpi di urla, sdegni, alti lai, intrighi, sotterfugi, intemerate e bibliche maledizioni per poi chiudere con un sapido “scusate, si stava scherzando…”, cose interessantissime accadono nella vita reale.

La vicenda più toccante - e pedagogica - delle ultime settimane è di certo quella dell’orso M49, questo il suo nome in codice, in fuga ormai da giorni sui monti del Trentino. Il caso è romanzesco e avvolto in una fitta coltre di mistero. La vulgata ufficiale è che questo esemplare di orso bruno di tre anni e di cinquecento chili di stazza sia scappato dall’area faunistica del Casteller (a sud di Trento) - dove era rinchiuso da poche ore perché considerato aggressivo e pericoloso per l’uomo - superando le scosse della doppia protezione elettrica e scavalcando una barriera di metallo alta quattro metri. Un’impresa impensabile, a detta degli esperti, visto che la corrente in quella gabbia ha una portata di ottomila volt.

Da lì in poi, come nella miglior tradizione italica, è partito il Circo Togni. Il presidente della Provincia di Trento, leghista, ha subito chiesto a gran voce l’abbattimento della bestia feroce, il ministro dell’Ambiente, grillino, si è opposto fermamente, i cacciatori scatenati di qui, gli animalisti imbufaliti di là, le accuse agli uomini della Forestale rei, dopo averlo catturato perché responsabile dell’uccisione di tredici animali e di alcuni tentativi di intrusione in zone abitate, di avergli tolto il radiocollare rendendolo così irrintracciabile, la tesi dei complottisti verdi secondo i quali l’orso è già bello e stecchito e tutta questa sceneggiata è stata messa in atto per nascondere il pasticcio di qualcuno a cui è partito, forse accidentalmente o forse no, un colpo. Insomma, mistero. Naturalmente, i media si sono buttati a pesce su una storia oggettivamente così stravagante che porta tutti quanti noi - noi della casta cittadina elitaria e arrogante che se ne sta spaparanzata sul divano a pontificare sui cervi e sui lupi e che niente sa dei pericoli che corrono invece i villici delle malghe alpine e gli orsi portateveli a casa vostra e bla bla bla - a tifare per l’evasione del novello Papillon, del Conte di Montecristo redivivo, della Fuga da Alcatraz in salsa ecologista e tutto il resto della retorica da sciampiste green con la quale inzaccheriamo ogni dibattito sull’ambiente. E questo è quanto.

Ora, da qualche giorno di M49 non si sa più nulla. La notizia è velocemente scivolata nelle retrovie del grande circo mediatico e oggi non sappiamo niente di come siano andate veramente le cose e se risentiremo parlare del plantigrado in futuro. Ma facciamo un gioco. Facciamo finta che non ci siano complotti e dietrologie e che l’orso sia ancora vivo, che sia effettivamente riuscito nella sua fuga impossibile. Beh, diciamoci la verità, chi glielo ha fatto fare? Perché è stato così matto? Perché ha messo così scioccamente a rischio la propria vita, oltre a quella di tanti altri animali che incontrerà nei boschi? Insomma, non era meglio starsene lì, bello tranquillo, buono buono, a catena, servito, riverito, accudito, spazzolato e controllato? Non era meglio avere qualcuno che pensasse sempre a lui, tutto il giorno, tutti i giorni, dalla culla alla tomba, come dicevano una volta quelli là? Al sicuro, difeso, sovrano, protetto, come dicono ora questi qui? Lui come tutti gli altri, lui orso tra gli orsi in cattività, il branco degli orsi, il gregge degli orsi, la massa degli orsi, il popolo degli orsi. Tutti sotto controllo, tutti uguali, tutti schedati, senza differenze, senza aggressività, senza altri da importunare, da spaventare, da sbranare. Padroni a casa loro. Cioè in gabbia, perché altri posti non ci sono e perché lì, in gabbia, sono a cuccia e dipendono in tutto e per tutto da chi gli passa la scodella con il rancio e da chi accende la corrente del recinto. Non esce nessuno. Non entra nessuno. Maso chiuso. Ridotto valtellinese. Trincea dell’Adamello. D’altronde, si può ben rinunciare alla libertà pur di starsene al sicuro, vero?

E se è così, ed è così, allora è bello, addirittura commovente, pensare che quell’orso, quell’orso lì, non tutti gli orsi, non gli orsi come genere o come generone, non il popolo degli orsi, non quelli del prima gli orsi, ma quell’orso singolo, singolo individuo unico e irripetibile, soggetto libero, libero di decidere, di scegliere, di pensare, di fare, di sbagliare, ecco, alla fine abbia scelto. Scelto che fare della propria esistenza. Lì fuori, fuori dal recinto elettrificato, non c’è affatto l’Eden, il paradiso in terra, l’eterna felicità vagheggiata dai ridicoli sognatori idillici e anacreontici, ma invece la lotta, la battaglia, il dolore, la solitudine, quasi certamente la morte. La sua, abbattuto da qualche occhiuto funzionario parastatale o da qualche spaventatissimo residente, o quella degli animali che dovrà uccidere per sopravvivere, perché così vanno le cose nel tragico mondo degli uomini e degli animali. Non ci sono sicurezze, là fuori, nel mare magno dell’esistenza, non ci sono protezioni, non ci sono demiurghi, padri nobili, Masanielli o Conducator che tutto pensano, a tutto provvedono e tutto elargiscono ai loro sudditi. Ci sei solo tu, tu e la tua fatica, tu e la tua guerra contro il mondo, tu e la tua titanomachia, tu e il tuo attimo fuggente, che se viene colto rende la tua vita unica e irripetibile e che se invece ti lasci sfuggire ti condanna a vivere per sempre di rimorsi e malinconie.

Che essere libero, che intellettuale ardito, soprattutto che palle fumanti, il nostro sfrontato, orgoglioso, temerario M49. Che Capitano, mio Capitano! Nessuno come lui, in questi tempi di nani, ballerine, servi e saltimbanchi, ha interpretato al meglio l’immortale insegnamento di Pericle: il segreto della felicità è la libertà e il segreto della libertà è il coraggio.

Ps: Mi sa che qui c’è sotto una metafora…


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