L’ignobile Battisti  e l’ignobile spettacolo

L’ignobile Battisti

e l’ignobile spettacolo

Cesare Battisti è un personaggio disdicevole. Il peggio del peggio della sottocultura rivoluzionaria comunista degli anni Settanta. Ne incarna alla perfezione le caratteristiche, i codici, gli stilemi, il linguaggio, addirittura il profilo lombrosiano, forforoso e stropicciato, con tutta la violenza, l’immoralità e la vigliaccheria che ha contraddistinto la sua parabola e quella degli ambienti fetidi che lo hanno prodotto. Un uomo che fa schifo.

Ma lui non è la cosa peggiore di questa vicenda, conclusasi con l’arresto in Bolivia dopo trentasette anni di vergognosa latitanza. Il peggio sta, come al solito, anche se ormai è passato mezzo secolo, nell’acqua nella quale ha potuto sguazzare tutto questo tempo, nell’ignavia delle istituzioni, nell’acquiescenza degli ambienti intellettuali di sinistra, con tutti i loro distinguo conditi di “sì, però…”, “certo, ma…”, di compagni che sbagliano, di né con lo Stato né con le Bierre e di tutti gli altri capisaldi della pubblicistica di riferimento. Loro, quelli lì, per quanto alla fin dei conti Battisti fosse solo un delinquente comune, un volgare rapinatore assassino, presto furbescamente rivestitosi della coltre mitica del rivoluzionario antisistema, sono sempre stati considerati una cosa a parte. Eroici. Visionari. Palingenetici. Migliori. Perché sgorgati dai sacri testi del marxismo-leninismo realizzato in Terra, fronde impazzite di una sacrosanta lotta di classe contro la piovra delle multinazionali e quindi degni di tutti gli appoggi interni ed esteri - dalla celeberrima dottrina Mitterrand all’ospitalità nelle repubbliche delle banane del Sudamerica - e di tutta la retorica su loro irriducibili, loro intellettuali, loro scrittori, loro romanzieri, loro esegeti del Tribunale del Popolo e bla bla bla.

Quanta fuffa. Quanto ciarpame. Quanta retorica. Quante generazioni di filosofi e opinionisti e maestri di pensiero avviluppati in questo gorgo autoreferenziale dal quale sono sgorgati alcuni dei più efferati crimini della nostra storia recente e grazie al quale si sono costruite mirabolanti carriere politiche e giornalistiche che oggi dovrebbe indurli ad andare a nascondersi dentro una buca per i prossimi trent’anni per pentirsi e umiliarsi ed espiare e invece no, questi sono ancora lì a distinguere, a discettare, a catoneggiare, a trombonare sul contesto storico, sulla lotta sociale, su formidabili quegli anni. Tipo Adriano Sofri, che, dall’alto dei suoi ventidue anni di condanna definitiva in qualità di mandante dell’omicidio Calabresi - lui non sparava, non è fine: lui a sparare ci mandava gli altri… - ci ha regalato su “Il Foglio” un’incredibile difesa d’ufficio di Battisti vittima del sistema. Tutto vero. E che della mandria di terroristi scappati all’estero ci sia oggi in galera solo lui, la dice lunga sulle inefficienze gargantuesche dimostrate dallo Stato e sulle complicità godute da questi criminali.

Ma detto questo - detto questo! - ci sono da aggiungere un paio di considerazioni sul video celebrativo dell’arresto postato dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e sulla cerimonia dell’arrivo di Battisti in Italia. Bene, raramente si è visto un video più nauseabondo, lurido e ignobile di quello. Una roba che fa schifo. Una roba che fa ribrezzo. Una roba che fa vomitare. Una roba da gente che non sa niente dello Stato di diritto, del rispetto delle leggi e, soprattutto, del rispetto delle persone. L’esibizione al pubblico ludibrio di un condannato - chiunque sia, qualunque cosa abbia fatto - non è una cosa da paese civile, ma da generali cileni, da gradassi di quartiere, da cacciatori di taglie, da tribù di selvaggi, da vigliacchi esperti nel calcio dell’asino. Perché se questa è l’idea di giustizia che alberga nel governo, allora vale tutto. Perché non prendere il condannato ed esibirlo in piazza coperto di pece e piume? O metterlo in una gabbia penzolante dal torrione più alto? O farlo prendere a sassate (tre colpi, un soldo!) dalle folle ululanti? O farlo pedalare sul monociclo come i macachi al circo? O servirlo allo spiedo con la mela in bocca? O fargli fare un giro di chiglia dalla motovedetta della Marina? O anche una bella garrotata o una seduta di waterboarding o prenderlo a calci in bocca in diretta streaming con un ministro a caso vestito da colonnello greco? O, per finire in gloria, un sagace remake di piazzale Loreto, putacaso?

E il dramma è che non è certo la prima volta che accade una porcheria del genere, perché sarebbe scorretto dare tutta la colpa a Bonafede e Salvini. Ve lo ricordate come ai tempi eroici di Tangentopoli il democristiano Enzo Carra fu schiaffato in mondovisione mentre lo trascinavano al processo con gli schiavettoni ai polsi? E ve lo ricordate l’arresto del grande capo di “mafia capitale”, Massimo Carminati, immortalato in un video dei carabinieri mentre lo fermano e lo ammanettano con la pistola alla tempia? E ve lo ricordate, soprattutto, l’ignominioso arresto da Circo Barnum di Enzo Tortora, una delle pagine più ignobili della storia giudiziaria e mediatica del nostro paese? Bene, i casi sono diversi, la gente però è sempre la stessa. Guarda. Ride. Sghignazza. Ulula. Si dà di gomito. Gode, con la bava alla bocca, dello scorrere del sangue, perché è questa la nostra natura e nessuno pensi che possa mai diventare una cosa diversa.

È proprio per questo che uno Stato serio non tratta mai un suo prigionieri come immondizia, come pattume, come fogna - anche se fosse Hitler! anche se fosse Stalin! - e se ne sta alla larga dalle pulsioni della massa, del popolo bue, delle tricoteuse digitali e basa tutta la sua azione sui codici, sulle garanzie, sui diritti dell’uomo, sul rispetto della persona, sulla sacralità dell’individuo. Uno Stato serio si limita ad applicare la legge e a garantire la certezza della pena e la sua funzione anche rieducativa. Ma uno Stato così non esiste da queste parti, né mai esisterà, perché non cambia mai niente nel paese dei mangiaspaghetti.


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