Ma siamo uomini  o profili Facebook?

Ma siamo uomini

o profili Facebook?

Ad alcuni non è andata giù. Quella foto, “sparata” un paio di volte in prima pagina, della bambina di pochi mesi che dorme accanto alla mamma sul pavimento della stazione di San Giovanni, testimonianza della condizione dei profughi in questi giorni a Como, proprio non l’hanno apprezzata. Reazione legittima, sia chiaro. Tra l’altro, non era difficile anticiparla.

C’è chi ha voluto leggere nella decisione di pubblicare la foto un facile sensazionalismo, ovvero la ricerca della commozione pronta all’uso. Un signore ci ha invitato a «prenderci» la mamma e il bimbo in redazione, «tanto - ipotizza - c’è posto». Lo stesso signore pubblica nel suo profilo online un fotomontaggio di Hitler vestito da cuoco che dice: «Per prima cosa accendere il gas». Vogliamo forse metterci a discutere con chi esprime un senso dell’umorismo di tale portata, raffinato al punto da ricordare, così a spanne, quello di Groucho Marx? Certo che no, tanto più che Groucho era ebreo e il signore potrebbe trovare il paragone inaccettabile.

Altri, meno inclini all’humour ma pieni di impeto polemico, sostengono che dovremmo dimostrare identico zelo nel pubblicare fotografie di italiani che vivono in povertà, costretti a dormire in auto e a rivolgersi, per tirare avanti, ai servizi sociali. Osservazione centrata, lo ammettiamo. Al massimo, si limita a trascurare quella decina di tonnellate di pagine che, in questi anni, abbiamo dedicato alla crisi economica, alle aziende in difficoltà, agli sforzi dei dipendenti, dei sindacati e dei Comuni per cercare soluzioni che evitassero, o riducessero, gli effetti di chiusure, fallimenti, trasferimenti all’estero.

La questione, però, è un’altra. Le opinioni sono opinioni e vanno rispettate tutte, anche quelle espresse con un po’ di rabbia in corpo. Siamo umani, ci mancherebbe. Anzi, a guardar bene, il punto è proprio questo: siamo umani? Nessuno è obbligato a pensarla, sulla migrazione, in un modo piuttosto che in un altro. Il problema è molto complesso e dismettere come “razzista” chi ne sottolinea le contraddizioni non è né giusto né utile.

C’è chi punta il dito contro il “business” dei profughi, chi sostiene che le popolazioni più povere bisogna aiutarle “a casa loro”, chi dubita, a volte con sanguigno trasporto, della necessità sociale e culturale dell’integrazione e c’è infine chi crede che “multiculturalità” sia una parola slogan, paravento a un fallimento già scritto. Sostenere queste tesi non fa di nessuno un mostro, non necessariamente. A volte chi combatte quelle posizioni vuol farcelo credere, ma non è così. Pensare che l’accoglienza non sia la risposta giusta è un diritto, guai se fosse altrimenti. Dobbiamo dunque continuare a confrontarci sulla questione (magari senza ricorrere agli insulti, visto che dopo la miliardesima volta finiscono per avere un che di stantio) ricordando che gettarci addosso l’un l’altro, automaticamente, il marchio d’infamia non porterà da nessuna parte.

Detto questo, bisogna anche affermare che ci sono momenti in cui il dibattito di cui sopra va sospeso o, come si dice in ambito parlamentare, “aggiornato”. La foto di mamma e bimba aveva proprio questo intento: non ci vergogniamo di tollerare che, sotto i nostri occhi, accada questo? La discussione, la rissa, gli insulti, le reciproche accuse di ipocrisia e di calcolo non possono proprio fermarsi? Neanche per il tempo di trovare una soluzione a tanto scandalo? Siamo, dopo tutto, davanti a un’emergenza umana. Una donna e una bambina che dormono all’aperto non sono “il fenomeno dei migranti”, non sono “l’invasione” e neppure sono la temuta “integrazione”: sono una donna e una bambina che dormono all’aperto.

Se davanti a questo fatto, semplice e, crediamo, incontestabile, non siamo capaci di frenare lo slancio della polemica vuol dire che non siamo più esseri umani, ma solo profili Facebook, nient’altro che nickname utili a darci l’illusione che, lasciando qui e là traccia di noi in un commento malevolo, potremo riscattare un’intima nullità ormai insanabile. Purtroppo però non ci sarà battuta, invettiva, sberleffo, insulto, polemica, citazione, slogan – ed editoriale - che potrà nascondere questo tragico vuoto.

m.schiani@laprovincia.it

@MarioSchiani


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