Ma vale sempre

la pena di vivere

In una scena da culto di “Piccolo grande uomo”, il film di Arthur Penn che agli albori degli anni Settanta ha rivisitato in chiave smitizzante e picaresca il genere western, l’anziano sciamano Cotenna di Bisonte decide che quello è un buon giorno per morire. Si inerpica in cima al colle, invoca la protezione degli spiriti sull’amato figlioccio Jack Crabb (l’allora emergente Dustin Hoffman), si sdraia per terra e attende il suo momento. Qualche attimo di silenzio, un refolo di vento, una lama di sole in mezzo a delle nuvole nere e gonfie. Attesa. Ma dopo pochi minuti inizia a gocciolare e poi a piovere sempre più forte, a dirotto. Cotenna di Bisonte apre gli occhi e capisce di essere ancora vivo, che la sua magia non ha segreti né valore e che non era quello il suo giorno. Perché nessuno può deciderlo. Nessuno. E allora si alza, si appoggia al braccio di Jack e torna al teepee: è ora di andare a mangiare…

Un’ironia profonda e amarissima che dà il senso più compiuto di quel capolavoro, ma al contempo regala anche una lezione profonda sul senso della vita e su quello del suo limite estremo. Nei giorni scorsi si è scritto molto di Brittany Maynard, una bella ragazza californiana di 29 anni, ammalata di cancro terminale al cervello (stage IV glioblastoma multiforme) e della sua decisione, annunciata in un video che ha sconvolto e commosso l’America, nel quale annunciava la decisione di togliersi la vita il primo novembre per farla finita con dignità e placare le sofferenze. Si è trasferita assieme alla famiglia in Oregon, dove la pratica del suicidio assistito è legale, ha ricevuto da un medico la ricetta per acquistare i farmaci con i quali uccidersi e poi ha iniziato a esaudire tutti i suoi ultimi desideri. Un giro in kayak in Alaska, una gita al Grand Canyon, a Yellowstone e al Columbia River Gorge, la festa di compleanno del marito il 31 ottobre. Poi, così era deciso, la fine ventiquattro ore dopo.

Però qualche giorno fa Brittany ha confidato alla Cnn che quello non sarebbe stato il suo ultimo giorno, perché per ora “ancora mi diverto e rido”, nonostante la malattia avanzi e gli attacchi e i dolori diventino a tratti insopportabili. Non è ancora il momento, ha detto. Non è ancora il momento. Forse deciderà domani oppure sta compiendo il gesto estremo proprio mentre state leggendo queste righe o lo ha già fatto mentre il giornale andava in stampa nella notte oppure lo metterà in pratica fra tre giorni o sette o settanta. Magari non avrà neanche il tempo di deciderlo, perché il male se la porterà via prima. Non lo sappiamo. E al di là dell’emozione che tutti possono provare di fronte a un’ingiustizia come quella di una malattia che strappa dal mondo una giovane innocente, resta una grande lezione, una grande pedagogia. Una grande domanda.

Perché ci ha ripensato? Perché ha paura? Perché siamo tutti eroi a pontificare sulla morte in salotto o alla macchinetta del caffè e tutti vigliacchi quando la sentiamo bussare al nostro uscio, attenti, al nostro, non a quello del vicino di casa? Perché ha usato il più bieco degli espedienti per passare alla piccola storia del giornalismo, strappare un titolo di testa a qualche trasmissione lacrimosa del pomeriggio e magari offrire lo spunto per la sceneggiatura di un melenso filmone hollywoodiano sui buoni sentimenti (che tra l’altro hanno già pure fatto)? Perché ha trovato una cura miracolosa o un qualche ciarlatano che l’ha illusa con un nuovo metodo rivoluzionario?

Forse. Ma forse no. Forse ha semplicemente intuito che – al di là di Seneca e il suo suicidio eroico che equivale a un marchio di libertà o di Epicuro al quale la morte non fa paura, perché se ci sei tu lei non c’è e se lei c’è sei tu a non esserci – la vita, quale che sia, nasconde tra le sue pieghe una dolcezza ineffabile, ricattatoria, stregonesca che ti tiene attaccato alle sue sottane, come una cozza allo scoglio. Non accade niente. Non cambia niente. Non fai nulla di buono. Nessuno ti pensa, nessuno ti stima, nessuno ti ama. Tu sei niente. Niente di niente. Nebbia del mattino. Spettro al canto del gallo. Non ci sono segni del tuo passaggio su questo vecchio sasso e neppure ne lascerai quando la tua risibile parabola sarà compiuta, né busti in piazza, né lapidi narranti eroiche gesta o vie intitolate a quel genio che eri. Non sei nessuno. Cenere alla cenere. Eppure, anche se sembra che non serva a nulla, c’è qualcosa che ti tiene qui, legato al mondo e alle sue schifezze, alle sue meschinità, alla sua carne, alla sua corruzione. Perché esserci è bello, tutto qui. Quante volte è capitato a tutti noi di provare lo stupore di esistere, di essere stato gettato in mezzo al mondo, di cogliere il brivido dell’emozione, la dolcezza di uno sguardo, la compassione per tutto il male e il dolore che ci tocca quotidianamente caricarci sulle spalle senza che ci sia una ragione apparente. I paesanotti di Manzoni. Le ginestre di Leopardi. I poveracci di Verga. Sballottati di qua e di là da un disegno incomprensibile, frullati dentro un’entropia assoluta e anarchica, in un vivere così duro e insopportabile ma così magnetico e tenace anche se in piccoli secondi fuggenti.

Non è un caso che la metà dei pazienti che chiede la dolce morte poi faccia marcia indietro. Il tuo corpo non sarà mai pronto. Lo diceva anche, nella memorabile scena iniziale del “Settimo sigillo” di Bergman, il cavaliere di ritorno dalle crociate alla Morte che lo attendeva sulla spiaggia di fronte all’oceano - “Il mio spirito è pronto, non il mio corpo” - per poi rivolgerle la più umana e struggente delle invocazioni: “Dammi ancora del tempo”. Che è poi la stessa che il replicante di “Blade Runner” pone al suo scienziato creatore: “Padre, voglio più vita!”. E così il cavaliere ingaggia una partita a scacchi per prolungare la sua esistenza. Ma la partita è truccata e segnata la fine. Ecco, facciamo in modo che l’ultima mossa non sia mai la nostra, lasciamo che sia il mistero a darci scacco matto.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio

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