Nel menù dei treni

venerdì sciopero

Nessuna speranza: il servizio di previsioni meteo dà “bello fisso” per i prossimi giorni. Prima di prenderci per masochisti, considerate questo: un po’ di maltempo (non troppo: magari una pioggerella insistente e qualche grado di temperatura in meno) è l’unica possibilità rimasta perché chi ha proclamato – e messo in pratica – lo sciopero di oggi sulle linee Trenord (dalle 9 alle 17, escluse dunque le “fasce di garanzia”) veda il suo piano rovinato, almeno parzialmente. Varrebbe (quasi) la pena di soffrire noi tutti perché i responsabili di questo trucchetto tanto logoro quanto irritante del “weekend con sciopero incorporato” possano godersi il meno possibile i frutti della loro puerile furbizia sindacale.

Non lo diciamo con malanimo, ma per un senso, magari banale, forse istintivo, di giustizia. Lo sciopero di venerdì perché così si “attacca” al sabato e alla domenica, è faccenda sfacciata al punto da demolire in noi, cittadini e utenti del servizio ferroviario, qualunque residua comprensione per le ragioni dei lavoratori. Il che, va ammesso, non è una bella cosa da dire. Ci si costringe a farlo, però, visto che le ragioni dell’agitazione sono poco chiare. Per meglio dire: saranno chiarissime, e magari sacrosante ma, al solito (lo abbiamo fatto presente anche in passato), non vengono spiegate al pubblico. Quest’ultimo si deve accontentare degli scarni annunci via altoparlante, sui tabelloni e nel sito di Trenord, quasi che le ragioni specifiche dello sciopero non lo riguardassero: dopo tutto la “vertenza” interessa solo ai lavoratori e ai dirigenti di Trenord, giusto?

Sbagliato. Visto che il servizio è pubblico, il disservizio non può essere cosa privata. Questa non è una faccenda tra due parti che litigano e si fanno i dispetti, non quando a pagarne le conseguenze sono i cittadini, costretti, oggi, a inventarsi soluzioni alternative al trasporto ferroviario, magari intasando gli autobus o provocando – è inevitabile – un incremento del traffico sulle strade. Tutti noi veniamo invece trattati con sufficienza: c’è lo sciopero, che ci volete fare? Quasi che un’agitazione sindacale sia qualcosa di imprevedibile, come un’alluvione o un guasto sulla linea elettrica, e non un atto deliberato, programmato e, in questo caso, perfino propedeutico a un weekend “lungo”. Peggio ancora: lo sciopero è assimilato ai ritardi cronici e all’inaffidabilità generale del servizio. Le cose, si sa, vanno così: i ritardi ci sono sempre, gli scioperi di tanto in tanto. Il passeggero non ha altro diritto che borbottare, e comunque si ripresenterà al binario di partenza: come potrebbe fare altrimenti, visto che non dispone di alternative? Al momento giusto, si potrà poi colpirlo con un aumento delle tariffe. Borbotterà ancora, come per il ritardo, come per lo sciopero: sempre meno convinto, egli stesso, del suo stesso malumore.

Bisogna invece dire con chiarezza che non si fa così. Non è lasciando chi viaggia all’oscuro dei problemi dell’azienda che si cura l’interesse del trasporto pubblico, soprattutto quando la forma più evidente e dolorosa di protesta è svilita da un compiaciuto sfruttamento del calendario a scopo di vacanza. Non tutti i viaggiatori lombardi sono rassegnati a questa routine. Anche se, sui due piedi, poco possono fare se non sperare in una nuvoletta fantozziana che inumidisca il loro venerdì di scioperati. Pardon, scioperanti.

m.schiani@laprovincia.it

@MarioSchiani


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