Pensa un po’,  il destino  è nelle mani del Pd

Pensa un po’, il destino

è nelle mani del Pd

Pensa un po’ siamo nelle mani del Pd. Quel partito rissoso irascibile e per qualcuno pure carissimo che tenta di trovare una linea politica comprensibile tra i testacoda, le chicane, le discese ardite e le risalite del Nazareno. Del resto, nel mondo del ciechi l’orbo ha buon gioco nell’aspirare alla corona. E con i Cinque Stelle conciati come la Germania del ’46, Forza Italia come quella del ’45 e gli altri seduti sulla sponda opposta del fiume, la forza politica più amletica e tormentata che la storia repubblica rimembri può dare le carte. Come? Per esempio con un’operazione politicamente da fucilieri assaltatori con il gusto del rischio estremo votando, in Senato, contro la mozione di sfiducia al governo presentata dalla Lega. Pensate che non vi sia qualcuno nei quartieri piddini che non ci stia pensando? In questo caso si passerebbe dal governo del cambiamento a quello intercambiabile, con il premier Conte riconfermato sulla tolda e i ministri del Carroccio sostituiti, oltre a qualche Cinque Stelle. Un esecutivo siffatto, che dovrebbe resistere alle irose cantonate che la corazzata di Capitan Salvini gli scaricherebbe addosso tutti i giorni potrebbe pure arrivare alla fine della legislatura. A oggi però siamo ancora nella fantapolitica.

Anche perché il Pd, come nella migliore tradizione, si presenta a questo appuntamento con la storia nella sua veste migliore: quella di partito diviso rissoso e con almeno due strategie. La prima è quella del segretario effettivo, Nicola Zingaretti, la seconda quella del leader ombra che fa ombra a quello legittimo, Matteo “la Peste” Renzi. E vediamoli questi due disegni politici che fermentano nel partito come il mosto nelle botte. In entrambi, come sempre, vi sono inconfessabili vantaggi personali che si intrecciano con la direzione in cui incanalare la politica. Nicola il fratello del commissario Montalbano vuole andare alle elezioni. Sembra, lo ha svelato venerdì su “Il Foglio” Claudio Cerasa che dopo il voto comune sulle mozioni pro Tav, Salvini abbia avuto la garanzia da Zingaretti che non avrebbe cercato approccio con i pentastellati in caso di crisi del governo ma puntato dritto alle urne. Il leader legittimo del Pd sa che non vincerà la partita. Ma punta ad accreditarsi come prima forza di opposizione a un inevitabile esecutivo monopolizzato dalla Lega, a far rientare da sinistra i voti in libera uscita confluiti nel M5S (impresa non agevole con i post grillini liberi al freno dei compromessi del potere), contrattare l’elezione del prossimo presidente della Repubblica (una delle poste in gioco ) e puntare a vincere al successivo giro. La convenienza per il presidente del Lazio, oltre al posto in Parlamento dove oggi non siede, sarebbe quella, stante l’attuale legge elettorale che conferisce ai leader di partito la scelta degli eletti, di dominare un gruppo parlamentare oggi in gran parte plasmato da Renzi quand’era alla guida del Nazareno. E veniamo all’ex sindaco di Firenze che ieri ha smentito di star tramando con i Cinque Stelle, finora da lui considerati un manipolo di scappati di casa buoni a nulla nel governo, per approvare la legge sul taglio dei parlamentari e da lì lanciare la base di un esecutivo di scopo per le riforme e la messa in sicurezza dei conti dell’Italia. Il fatto che Renzi prema per il voto della mozione di sfiducia a Salvini rappresenta comunque un ponte, magari tibetano, gettato verso il campo pentastellato. Il vantaggio per il Matteo oggi secondo della nostra politica starebbe nel prendere tempo per terminare la composizione di un suo disegno politico dai contorni ancora indefiniti che andrebbe oltre il Pd.

Il destino del governo è anche del paese dipende da quale delle due linee prevarrà. La prima, quella di Zingaretti, è molto avventurosa ma ha il pregio di fare a meno di stampelle pentastellate e di tentare di ricostruire una grande forza di sinistra pronta a unirsi a un centro ancora da venire ma con il mitico “trattino” con il quale D’Alema disarticolò l’Ulivo.

La seconda, attribuita al fiorentino certo non nuovo a giri di valzer e che comunque prevedeva nella riforma scritta con Maria Elena Boschi e bocciata nel referendum un riduzione dei posti in Parlamento, metterebbe subito all’angolo Salvini che, certo, dall’opposizione potrebbe trarre un grande giovamento con un simile ipotetico governo. Ma perderebbe una delle sue più efficaci leve per il consenso: quella della gestione delle politiche migratorie attraverso i plastici respingimenti delle imbarcazioni con targa Ong. Inoltre una maggioranza non dissimile a quella che ha votato Ursula Von Leyen per la guida della commissione europea (tutto si tiene da lì) godrebbe di una certa benevolenza da parte di Strasburgo e Bruxelles al contrario di una coalizione sovranista come quella formata da Salvini e Meloni.

La vera questione però è se i Cinque Stelle, per la loro natura costruita da Grillo e Casaleggio senior e perpetuata dal figlio di quest’ultimo, possano essere compatibili con alcuna alleanza, nonostante l’azione di Conte che può influire sulla “parlamentirazzione” del movimento. Del resto, una forza plasmata di puro populismo (attenzione non sovranismo che è altra cosa) non governa alcun altro paese d’Europa.

E forse i pentastellati neppure sono fatti per la democrazia rappresentativa, tant’è che prediligono quella diretta emanata dal web. Non ha caso Davide Casaleggio teorizza la fine del Parlamento, istituto ritenuto ormai superato.

Comunque sia, dall’esito della partita dentro il Nazareno, ovviamente, dipenderà anche il futuro politico del Pd che però sarebbe ora trovasse quella maledetta bussola per orientarsi verso una direzione certa e senza sbandamenti. Perché questo povero paese è talmente mal ridotto da aver persino bisogno del Pd. Pensa un po’.


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