Questi sono i veri  capitani coraggiosi

Questi sono i veri

capitani coraggiosi

Come vent’anni fa. Sempre di notte. Sempre in scivolata, prima che la clessidra decretasse la fine. I corsi e i ricorsi storici di vichiana memoria si inseguono anche nella storia della Pallacanestro Cantù. In una sera di una calda estate del 1999, il ragionier Francesco Corrado gettò la ciambella di salvataggio, impedendo di fatto il passaggio del titolo sportivo dalla famiglia Polti a Valter Scavolini e la conseguente e nefasta cancellazione del club brianzolo dalla storia del basket. Stavolta, in una fredda notte di febbraio, Tic e il suo manipolo di soci hanno chiuso positivamente la trattativa con Dmitry Gerasimenko e riportato in città la proprietà della società.

La chiameremo l’impresa dei Capitani coraggiosi, evitando accuratamente di accostarla a quanto accadde un tempo con Alitalia. Questi, comunque, sono Capitani coraggiosi veri. Che hanno inseguito un sogno, non si sono scoraggiati davanti agli ostacoli, hanno signorilmente evitato, e a più riprese, di (ri)mandare a quel paese il patron russo e, tassello dopo tassello, hanno composto e ricomposto un puzzle che, tre anni di gestione dell’Est, avevano scompigliato come nessuno pensasse si potesse fare.

Inseguire un sogno è significato correr dietro alle due persone che più di tutte si sono ostinate nel non mollare il colpo. E cioè Andrea Mauri, che Gerasimenko aveva portato fino alle porte della società, sostenendolo, tra alti e bassi, in tutta la gestione, e l’onorevole Nicola Molteni, sottosegretario all’Interno, che ha sottratto ore e ore alla sua vita personale (semmai un esponente di governo ne avesse) per dare la caccia, pure col lanternino, alle risorse necessarie all’operazione.

Ce l’hanno fatta, lavorando dietro le quinte e tessendo un’incredibile rete di rapporti. Che se è vero che potrà portare anche a risorse fuori Cantù (ce lo dirà la storia), di certo ha avuto un grande merito: quello di ricompattare il territorio, unendo forze fresche ed entusiaste ad altre già esistenti. Insomma, il nuovo e il vecchio, laddove per vecchio si può tranquillamente leggere “ex soci”. E alla fine, hanno alzato la mano, chi prima e chi dopo. Soprattutto hanno dato una mano. Antonio Munafò, instancabile, Sergio Paparelli, Stefano Salice, Alfredo e Davide Marson, Anna Cremascoli, Natale Verga: qualcuno ha fatto il frontman, qualcuno ha mandato avanti gli altri, qualcuno ha fatto regia da dietro le quinte. Tutti, insomma, hanno fatto squadra.

Aggiunti alla forza propulsiva di Antonio Biella, sponsor Acqua San Bernardo innamorato, ai saggi consigli di Roberto Allievi e alla freschezza operativa di Angelo Passeri di Tic hanno messo a disposizione, oltre alle idee (che sono sempre belle, ma non si possono mettere a bilancio) anche le risorse per compiere il passo decisivo.

La Brianza, quindi, ha fatto sistema. Questa volta per davvero. E non è stata solo la paura di perdere un patrimonio che va oltre l’aspetto sportivo a far la differenza, ma anche il grande amore e un pizzico di lungimiranza, oltreché follia. Ora, per completarsi, il progetto ha bisogno di partner forti, o come numero o come solidità e solvibilità. E della necessità, imprescindibile, di rimettere le radici sul territorio. Partendo dal cuore e dalla canturinità e garantendo un futuro all’operazione. Futuro che poggia, ovviamente, sul volano della serie A, ma che ha bisogno, ad esempio, di riprendersi la leadership giovanile di un vivaio tutto proprio. Grazie al Pgc e ai suoi straordinari risultati, Antonio Munafò, in tutti questi anni è stato bravo a mettere al riparo dalle tempeste l’attività di base, portando a casa – tra il lusco e il brusco – uno scudetto Under 20 e uno Under 16.

Ripartiamo anche da lì, mettiamo nero su bianco un’intesa forte e indissolubile. Investiamo sui giovani e sulle loro famiglie. Non dovessero diventare i campioni di domani, potrebbero essere di sicuro gli appassionati, i tifosi, gli abbonati e ( perché no?) gli imprenditori capaci di garantire ancora tanti 83 anni di questa magnifica storia. Che è dura a morire, e anche stavolta ce ne siamo accorti.


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