Rivoluzione liberale  Un’utopia italiana

Rivoluzione liberale

Un’utopia italiana

Quando Matteo Salvini - un attimo prima di venire sommerso dalle risate - ha confidato al Corriere della Sera di voler fare la rivoluzione liberale in Italia, abbiamo tutti capito che ci eravamo giocati pure lui.

È una maledizione nazionale, che non riguarda affatto solo il segretario della Lega, ma che negli ultimi venticinque anni ha accomunato larga parte dei leader, o presunti tali, che si sono alternati sul palcoscenico del palazzo. Fra le svariate trovate spassose che si inventano questi qui, infatti, la più spassosa di tutte è, in un paese geneticamente e culturalmente “sovietico” come questo, quella di giocare a fare i liberali. Aveva iniziato alla grande, come suo solito, Berlusconi, e tutti giù a sganasciarsi dalle risate nel vedere il monopolista dei monopolisti ricalcare le orme di Gobetti. Poi aveva proseguito D’Alema, e tutti giù a smascellarsi dalle risate nel vedere lo spietatissimo e arrogantissimo sacerdote del partito-totem ispirarsi improvvisamente a Tocqueville. E dopo aveva continuato Di Pietro, e tutti giù a sbudellarsi dalle risate nel vedere il questurino-manettaro-demagogo “che te ne stai in galera fino a quando non confessi” arzigogolare sui principi garantisti di Beccaria. E infine, giusto per dare un ultimo tocco di grottesco al quadro già fin troppo grottesco tratteggiato fino ad ora, ci siamo dovuti pure sorbire la rivoluzione liberale alla Di Maio, e tutti giù a sfiatarsi e a rotolarsi e a sbattezzarsi nel vedere il bibitaro che “chi ha studiato è un servo del padrone e che i politici sono tutti ladri” motteggiare sui principi inviolabili dell’individualismo secondo Stuart Mill e von Hayek. E che piglio. E che toni. E occhi di bragia tutti quanti insieme nel tratteggiare la rivoluzione permanente che farà della repubblica delle banane un paradiso terrestre della competizione e della meritocrazia da far impallidire l’Inghilterra di Margaret Thatcher. Tutto vero.

Ora, va bene che in queste ore buie un attimo di buon umore da fine settimana è sempre ben accetto, ma questi qui l’hanno fatta davvero fuori dal vaso. Prendiamo l’intervista a Salvini, ad esempio, ma chi ha buona memoria vedrà che non c’è alcuna differenza sostanziale con le declamazioni degli altri statisti che abbiamo citato prima. È del tutto evidente che Salvini parla di cose che non conosce, visto che tutta la profondità della sua conversione al liberalismo di impianto ottocentesco che ha fatto la grandezza della civiltà anglosassone, nonostante il corso di recupero accelerato a cui pare lo stia sottoponendo l’ex presidente del Senato Marcello Pera, viene riassunto in queste parole come pietre: “Abbiamo bisogno di liberare energie, di sfruttare le potenzialità degli italiani!”. Roba forte. Poteva anche aggiungere “mogli e buoi dei paesi tuoi”, “rosso di sera, bel tempo si spera” e sopratutto “si lavora e si fatica...” e il quadro delle banalità con le quali leader una volta Unti dal Signore e ora in catastrofica crisi esistenziale e di consensi - vedi alla voce Renzi... - cercano di raddrizzare una barca che ormai fa acqua da tutte le parti e che sta inesorabilmente andando a sfracellarsi contro gli scogli della loro personalissima repubblica di Salò.

Qui i problemi sono due. Il primo riguarda che cos’è per davvero l’Italia, quale la sua vicenda secolare, quale la sua cultura profonda e di lunga durata. E allora, se la storia vale ancora qualcosa, capiamo tutti perfettamente che una rivoluzione liberale nel paese dello zafferano non c’è, non c’è mai stata e non ci sarà mai. Questo non è il luogo cristallino e impietoso dove si compete, dove ci si batte e dove chi vince prende tutto e chi perde lascia tutto Questo è il luogo, infido e neghittoso, dove non perde mai nessuno perché alla fine ci si mette d’accordo. È il luogo da sempre dominato non dagli individui, ma dalle chiese e dai partiti-chiesa, che hanno sempre visto con sospetto, anzi, con disprezzo, l’individuo, perché l’unica cosa che per loro ha valore è la gente, il popolo, la massa e infatti, non a caso, questo tratto lo si riscontra pari pari nei partiti di sinistra, in quelli di destra e nei nuovi movimenti radicali e qualunquisti. Insomma, ci sarà un motivo se nella prima repubblica il partito liberale non si è mai schiodato dal due per cento... Quello lì è tutto un altro mondo, è tutta un’altra vita, una roba che non fa per noi, che, a destra come a sinistra, viviamo e galleggiamo e ci sollazziamo con le pensioni, le pre-pensioni, le sovvenzioni, i contributi a pioggia, i redditi garantiti, i redditi di cittadinanza, le casse integrazioni decennali, le aziende decotte tenute in piedi giusto per sventolare il bandierine della demagogia, le reti relazionali, i familismi amorali, gli amici degli amici e tutto il resto di quella palude che ci permette di non affondare mai, vero, ma che al contempo non ci fa mai affrancare dalla nostra pozzanghera di melma.

E se questo è vero - ed è vero - il secondo problema che abbiamo è molto meno grave, ma anche molto più squallido. È che non si trova (quasi) mai nessuno che quando i nostri intellettuali della Magna Grecia innestano il turbotrombone della palingenesi liberista, libertaria e liberale non gli squaderni sotto il naso l’enorme iato che esiste tra le loro ridicole fanfaluche e le leggi dello Stato, tra quello che dicono e quello che fanno - perché non c’è nulla di più spassoso, ma anche di più irritante, di uno che straparla come i padri fondatori e poi si comporta come un burocrate della Bulgaria anni Cinquanta - invece di limitarsi, da bravi servi servili, a fare da buca delle lettere del padrone del vapore. Ma sperare in un ceto giornalistico colto, indipendente e con la schiena dritta fa ancora più ridere di quelli che fanno ridere con le loro interviste da ridere.


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