Romano Guardini

e le paratie negli occhi

Alla metà degli anni Venti del Novecento, uno dei più importanti teologi tedeschi, benché di chiare origini italiane, Romano Guardini, fece un giro sul Lario. Ne nacquero alcuni articoli, poi raccolti in volume: “Lettere dal lago di Como”. Argomento delle riflessioni di quel prete e teologo cattolico - che aveva saputo farsi apprezzare anche dai protestanti (ma non dai nazisti) - era il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, che già allora iniziava ad apparire compromesso, anche sul lago di Como. «Qui c’era ancora una natura “umanamente” abitata. Ed ora vi vedevo irrompere la distruzione […] Quale tristezza susciti questa constatazione, non ti so dire. È come se si fosse trovato un essere raro, dotato di una vita preziosa, ed ora lo si vedesse declinare verso lo sfacelo […] Sta sorgendo un mondo disumanizzato». E aggiungeva: «La bellezza di queste località è indescrivibile, ma non me ne deriva gioia alcuna. Non comprendo, anzi, come un uomo avveduto possa essere felice, qui» (Lettere dal lago di Como, pp. 13-14). Sono parole che toccano - credo - da vicino e in profondità tutti noi che siamo qui, quasi cent’anni dopo, su queste stesse sponde, che non sono più le stesse.

Oltre a innumerevoli nuove costruzioni sparse ovunque - tra cui molte squallide cementazioni di serie, spesso di colore grigio, come a volerle occultare! -, ora è penosamente sconvolta la stessa sponda della città che dà nome al lago. Da anni, ormai, e chissà per quanto tempo ancora. E non solo paratìe. C’era una volta un magnifico sentiero, tra il verde, che saliva da villa Geno fino ad incrociarsi con la provinciale per Bellagio. Una dolcissima terrazza sul lago, a disposizione di tutti. C’è ancora, quel sentiero: soffocato da arbusti, ingombro di rifiuti nauseabondi, in frantumi gradini e parapetti. Che cosa direbbe, oggi, Guardini? Certo, non si può negare che la sua intuizione si sia, purtroppo, realizzata, e ben oltre i suoi timori. Ed è soprattutto la conseguenza, da lui acutamente rilevata, a farci riflettere: le disarmonie prodotte dall’insipienza umana sul paesaggio rubano a tutti un po’ di felicità, già così rara.

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Gioia degli occhi e dell’anima è quando tu puoi distendere lo sguardo. Lasciarlo correre su un ampio prato verde o dentro l’intrico di un bosco, o anche su un abitato armoniosamente inserito nel contesto naturale, suscita un senso di pace interiore che risana. Fa male, invece, dover ritrarre lo sguardo quando, nel percorrere il paesaggio, vedi ferite, brutture, violenze alla spontanea armonia della natura. È come non poter più guardare in faccia una persona amata, perché qualcosa si è interposto a turbare l’armonia di un rapporto: un diaframma - o una paratìa - sugli occhi.

Non è il caso di pensare, e di pretendere, un ambiente dotato di una sorta di intoccabile verginità ad ogni presenza umana, qui dove vi sono persone concrete, con specifiche esigenze abitative, di spostamento e di lavoro…

Ma togliere o impedire alle persone uno sguardo sulla bellezza significa renderle infelici. E non è questa, probabilmente, l’ultima causa della tristezza così diffusa. Si tratta, come diceva Guardini, di coltivare attentamente un equilibrio, anzi un’armonia, tra l’uomo e l’ambiente. In modo che la presenza umana rimanga umana. Quella stessa tecnica che ci condiziona così pesantemente dovrà offrirci soluzioni rispettose dell’ambiente, e delle persone. E non potrebbe succedere, questo, anche a Como, anche per questo nostro (un tempo) stupendo lungolago che gratuitamente abbiamo ricevuto?


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